Minori… per modo di dire. La storia del pastore Domenico

Il suo cognome è impervio come certi passaggi nei Sibillini: Cavarischia. Lui è Domenico Cavarischia. Lo incontro in un angolo di paradiso: un grumo di case a Vetice di Montefortino. Fa ancora caldo. Sediamo fuori, all’ombra, circondati da fiori e da un piccolo orto.

Domenico ha 86 anni, minuto, occhi azzurri e taglio giovane, e una storia sterminata da raccontare.

Domenico è stato pastore e poi trattorista e tuttofare nell’azienda degli Albertini-Carandini a Torrimpietra, vicino Roma, quell’azienda agro-alimentare (latte, yogurt, formaggi) costruita da Luigi Albertini, l’editore-direttore del Corriere della Sera, odiato dal Fascismo e liquidato dalla famiglia Crespi.

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“Mimì” Cavarischia

A 12 anni Domenico è già in montagna. Ci sono le pecore da sorvegliare. A quei tempi – siamo negli anni Trenta, e sino agli anni Cinquanta – i Sibillini vedono brucare migliaia di ovini. Solo sul monte Priora stazionano 36 pastori. Altri pascoli si aprono sui monti Sibilla e Castel Manardo.

In vista dell’autunno inizia la transumanza verso l’Agro Pontino, l’Agro Romano. Anche Domenico parte. Saranno dieci giorni di cammino. Mimì è poco più di un bambino. Eppure ha un compito: attende alle vettovaglie, acquista il cibo, distribuisce il fieno alle pecore, cavalli, muli. Si viaggia sempre di notte per non creare problemi nelle strade ed evitare i camion. Ci si ferma ogni 20 chilometri. È la stessa distanza coperta dagli antichi cavalieri.

Domenico-Mimì snocciola i nomi delle località: Capotenna, Valle Lunga, Cervara, Castel del Lago, Pie’ di Paterno, Arrone, Ferentillo, Narni, Borghetto. Si è prossimi alla meta solo quando si avvista il lago di Bracciano. Due volte l’anno lo stesso cammino, avanti e indietro, con la pioggia e con il vento, con il sole e con il caldo.

La prima volta aveva le scarpe nuove, acquistate alla fiera di Amandola. Un piccolo vanto. Dopo un po’ quelle calzature sono ormai sfinite. Suo padre gli consegna gli zoccoli. «Il Principale me le vede e mi chiama in ufficio per consegnarmi un paio di scarpe vere e un giaccone dell’aeronautica che non s’inzuppava d’acqua». Il principale, il titolare, la famiglia Albertini-Carandini. Sono sempre nel suo cuore. Specie il conte Guido che a cavallo passava tra i pastori e faceva colazione con due fette di pane e un pezzo di formaggio, «come un fratello». Lo stesso che mette a disposizione dei pastori un capannone per ripararsi dal brutto tempo.

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Ci sono altri racconti. Come quello del mercante Piscini. In un paese, lungo il tragitto della transumanza, voleva radersi. Ma nessun barbiere era disposto perché il cliente vestiva pelli di pecora. Alla fine ne trovò uno. Al momento di pagare, Piscini lasciò una banconota del valore molto superiore al dovuto. Quando il barbiere stese il resto, il pastore-proprietario proclamò: «Piscini non prende resto» ed uscì soddisfatto dal negozio.

Domenico ha studiato: terza elementare e quinta, poi terza media, da privatista a 30 anni. I commissari esaminatori romani che lo stavano interrogando gli dissero: «Non occorre che vada avanti, ne sa più di noi».

Ogni racconto torna però sull’azienda di Torrimpietra da cui è uscito nel 2002.

Stalle, stazzi, laboratori, abitazioni, una scuola: «un villaggio dove si viveva bene e dove, facendo con serietà il lavoro, si cresceva nella considerazione e nella responsabilità. Un’azienda seria, rispettosa, all’avanguardia».

Un’azienda simile doveva nascere sulla nostra Priora, proprietà degli Albertini. Tanto che i casali furono dotati di acqua e attrezzati per viverci. Ora, purtroppo in disuso.

Torrimpietra festeggiava alla grande il primo maggio. Nell’ultimo da dipendente, la famiglia Carandini chiese a Domenico di restare ancora. Lui rispose: «Con voi sono diventato un uomo, ma ora voglio dormire a casa mia».

Ultimo ricordo: la discesa per dieci metri nella Grotta delle fate, per togliere la terra della frana. Poi l’ordine di un ingegnere di fermare i lavori.

Di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato, 29 settembre 2018

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