Cammino la Terra di Marca. Sulle tracce dell’antica Palma, con un libro in mano

Un Cammino seguendo un libro, Il posto delle fenici. Paolo Prati l’autore. Vive a Marina Palmense. Si firma Skipper, va per mare. Molta navigazione l’ha compiuta con la sua Dulcinea, un’imbarcazione a vela.

Dulcinea del Toboso, donna amata da Don Chischiotte, opera di Cervantes. L’annotazione non sembri casuale. Prati s’intende di letteratura: ne è stato per anni docente.

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Qual è la sua tesi? Che il Navale romano, già piceno, addirittura fenicio, sia un porto naturale che si trova nella zona che oltrepassa la Fonte di Palme, incuneandosi tra due speroni rocciosi. La stessa mitica Città di Palma, scomparsa senza tracce, doveva sorgere nei pressi.

Lui lo scrive avendo più volte osservato dal largo quell’insenatura. Una sorta di baia protetta dai venti. Il mare – millenni fa – era dieci metri di livello più alto dell’attuale, arrivando a lambire le terre interne.

La tesi ha il suo fascino. E allora, me la faccio a piedi, dall’insegna che indica Fonte di Palme, sino all’incrocio con Lapedona e Torre di Palme.

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La macchia mediterranea è incredibilmente ricca e verde. Mi fermo a guardare il Mare nostrum. I due promontori entro cui si sviluppa Contrada Valle mi portano al Signore degli anelli: «”Mirate gli Argonath, le Colonne dei Re!”, gridò Aragorn… Le grandi colonne parvero ergersi come torri incontro a Frodo, trascinato verso di esse dalla corrente. Egli ebbe l’impressione di vedere dei giganti, grandi, grigi e massicci, muti e minacciosi. Ma poi si accorse che le rocce erano effettivamente scolpite e modellate: l’arte e la forza antiche le avevano lavorate, ed esse conservavano ancora, attraverso le intemperie di lunghi anni obliati, le possenti sembianze che erano loro state date».

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È un varco trapezoidale rovesciato. Lo ammiro da uno spiazzo prima di varcare un cancello aperto e ritrovarni in una spianata tondeggiante: una quercia al centro e altre, più piccole, d’intorno. I Celti ne avrebbero fatto luogo di riti druidici. Ancora Tolkien, che mette in bocca al nano Gimli: «Questi non sono buchi. Qui è il grande reame e la città di Nanosterro. In antico non era tenebroso, bensì inondato di luce e di splendore, come ancora ricordano le nostre canzoni».

Salgo sino al muraglione di arenaria, bucherellato. Una parete sabbiosa e ocra. Mi attira il logorio del vento sulla pietra, che ha scavato due occhi e una bocca, come maschera tratta da un improbile fescennino.

Ai piedi è stata impiantata una serie di viti basse, slegate tra loro.

Ad ovest, su una muraglia più arretrata, due sporgenze di pietra danno l’idea di una Grotta della fertilità. Tento di arrivarci. Sicuramente c’era sentiero. La vegetazione ha coperto tutto. Occorre un’attrezzatura diversa. Tornerò.

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La “maschera”

Dov’era Palma? Forse all’interno di questa ampia vallata. Una città, una comunità hanno bisogno di acqua dolce. Ecco, allora la fonte, le fonti.

E come è scomparsa? Prati avanza l’ipotesi di uno scivolamento. Il mare l’ha inghiottita. Come inghiottì l’Atlantide del Platone dei Dialoghi di Timeo e Crizia. In una notte, per punire uomini troppo orgogliosi.

«Vanità delle vanità – dice Qoèlet nel Libro dell’Ecclesiaste – tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica, 30 settembre 2018


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