Civile società. I giovani e gli adulti della Croce azzurra di Porto San Giorgio

Croce azzurra: come il mare e come il cielo. E poi un san Giorgio a cavallo che uccide il drago. Emblemi di Porto San Giorgio.

Sono nella sede sociale, lungo la Nazionale.

Sul fronte strada c’è la palazzina ad un piano; dietro, le rimesse di quattro ambulanze, un’automedica, tre pulmini per il trasporto dei disabili, quattro taxi sanitari e tre mezzi per l’urgenza. Una storia iniziata nel 1997.

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Gilberto Belleggia (il presidente) mi mette in contatto con due giovani volontari. Ci sediamo nella sala incontri. Daniele Chiarini ha 26 anni e una laurea come Assistente sociale. Da otto frequenta la Croce azzurra.

Abita nei pressi. Da bambino lo colpivano le sirene delle ambulanze che partivano a razzo. Ogni uscita una storia a sé, di sofferenza. Al termine degli studi, Daniele si pone la domanda: che fare? Perché non provare con la Croce?

Inizia così il suo volontariato. Le difficoltà? «Nel caso di incidente o malore in casa, non è semplice gestire, non tanto il malato o l’infortunato, quanto i familiari. E gli interventi in questo campo sono numerosi. C’è un progetto in cantiere: come affrontare l’emergenza/assistenza proprio dei familiari delle vittime. Pur se ben addestrati, poi c’è sempre una forte emozione quando si ha a che fare con gli anziani soli».

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Le simpatiche centraliniste

Daniele ha ben impresso in mente l’abbraccio stretto datogli da alcuni vecchi, come voler sentire un corpo amico vicino e solidale.

Alessandro Zeppa di anni ne ha 21, è diplomato all’ITI Montano, corso di nautica. Alla Croce svolge il servizio civile. Anche lui è colpito dalla situazione degli anziani. «A volte ci capita di trovarli soli, in case non pulite, economicamente disagiati. Quelle scene me le porto dietro». E non solo lui. Capita anche ai suoi colleghi. Quando tornano in sede, dopo il trasporto, in ambulanza regna solo il silenzio. Poi, si cerca di sdrammatizzare…

Il momento più duro? «Il caso della ragazza di 24 anni. Pranzava con i suoi, si è alzata per raggiungere i fornelli, è caduta a terra stroncata da un arresto cardiaco. Una tragedia!»

Diecimila sono gli interventi in un anno. In estate, il lavoro raddoppia con il raddoppio della popolazione.

60 sono i volontari operativi. 500 i soci complessivi.

C’era anche la Croce azzurra sangiorgese a Pescara del Tronto, subito dopo la scossa assassina. Mi raccontano:«Siamo arrivati alla mattina presto. C’era da togliere le macerie. C’erano morti. Abbiamo estratto due bambini».

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La sala interna

Cosa ricavate da questa esperienza? «Un modo di pensare diverso che vorremmo fosse il comportamento quotidiano, dinanzi ad ogni cosa. La nostra è una trincea dove si tocca con mano la diversità». E le si vuol bene. Si chiama gratuità. Non ha a che fare con il gratis economico. Ha a che fare invece con l’essere grati a qualcuno e quindi pronti a dare sempre una mano.

C’è un altro aspetto segnalato come molto positivo: l’intergenerazionalità. Si va insieme in ambulanza, si soccorre insieme, si riflette insieme: il giovane lavora con l’adulto, senza separazioni.

Daniele, Alessandro e altri colleghi vanno nelle scuole a raccontare quel che fanno. Esiste un progetto intitolato: Adolescente informato, adulto formato. «Occorre stimolare i giovani, – mi dicono – testimoniare che si può vivere diversamente». Il volontariato, in generale, sta subendo un calo. Sarebbe un’occasione perduta. Perduta per imparare a vivere.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì, 3 ottobre 2018

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