Minori… per modo di dire. La montagna di Lino

Quando l’ho conosciuto, ad Amandola, nello studio di un impresario edìle,

mi è subito piaciuto il tipo umano: serio, schivo, parole giuste e pesate, appassionato della sua terra. Sto parlando di Lino Siliquini, 62 anni, già ispettore della Guardia forestale. Quando poi ho letto il suo libro, la considerazione è ulteriormente cresciuta. Gli si attaglia come incipit una frase di Cesare Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Perché Lino, nella sua vita e nella sua professione, è rimasto attaccato, direi meglio: radicato nella sua Vetice, cui dedica un volume di una ottantina di pagine, fatto in proprio, ricco di immagini, informazioni e ricordi.

Oggi Siliquini è in pensione e, dopo aver girato come Forestale da Castignano al comando regionale di Ancona, da Montegallo ad Acquasanta sino a Monte Monaco, alla fine è tornato al suo borgo. Il terremoto però ha, per il momento, detto la penultima parola: la casa costruita con i sacrifici di una vita è stata danneggiata. Così Lino s’è accasato ad Amandola, in attesa di tornare a Vetice.

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Lino Siliquini

I primi venti anni di vita li ha passati lì, insieme ad altri cinque fratelli (di cui quattro donne), a suo madre Iva, aiutando suo padre Giulio, pastore ed agricoltore, andando con i muratori, scegliendo poi la carriera di Forestale per l’amore sempre avuto per montagne e boschi, animali e natura.

Il libro ha come titolo Vetice, che è una delle frazioni di Montefortino. Il sottotitolo: Ricordi di un paese.

Non è la forma letteraria che conta. Ma il racconto, le storie, i volti delle persone, i mestieri, l’economia. Cose che, passata neppure una generazione, saranno dimenticate. Un mondo in un grumo di case, ai piedi delle montagne.

Siliquini apre con le Comunanze agrarie, che furono proprietà comuni alle famiglie del villaggio. Le Comunanze, che sostentarono i residenti anche nei momenti più bui, hanno preservato «ampi territori montani da speculazioni e urbanizzazioni».

Un piatto di polenta o di fagioli, un pezzo di pane fatto con mais (lu pizzutu), o l’acquacotta erano i pasti quotidiani sino a 50-60 anni fa. Solo nei giorni delle grandi feste sulla tavola compariva il pane bianco. E nei giorni di vigilia si mangiava arringa affumicata o patate, o baccalà.

Lino rammenta l’agricoltura di quel tempo basata sulla coltivazione del mais (rantuco), del grano (frasineto), e poi dell’orzo, segala, rape, cicerchia, fagioli… E rammenta anche i lavori invernali, con la terra a riposo. Si costruivano cesti e zoccoli (li ciocchi), mentre madri e figlie tessevano e ricamavano biancheria per corredo. Scrive delle feste, Lino, e del bosco, e dei boscaioli che approntavano il carbone vegetale. E poi approfondisce la pastoria e la trasumanza sui tratturi verso l’Agro Pontino e l’Agro Romano. Snocciola i ruoli: mercante, vergaro, vergaiolo, buttaro, casciere, branchiere, agnellaro, montonaro, sodaro, bagaglione, biscino, carosino.

La montagna viveva. I casali erano in ordine. Migliaia gli ovini, i caprini, ed anche cavalli e muli. Poi, qualcosa s’è rotto. Il boom economico, l’industria. La montagna si spopola. Il Parco dei Sibillini diventa un ostacolo.

Scompaiono la coturnice, il gatto selvatico, il picchio muraiolo, il gracchio corallino. L’abbandono della pastorizia nelle praterie primarie porta con sè la scomparsa graduale di specie vegetali sconosciute. I montanari cedono il passo. I vincoli uccidono. I montanari, scrive Lino, l’ambiente «lo hanno coltivato, custodito, difeso e conservato con tutte le loro forze». Ed ora?

La montagna tornerà a risplendere e vivere se le resteremo fedeli. Come ha fatto Lui.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 6 ottobre 2018

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