Civile società. I racconti dei volontari della Croce verde di Fermo

Una cittadella del bene. Mi viene da pensarlo dopo un’ora e mezzo di conversazione con volontari e dirigenti della Croce verde di Fermo, nell’accogliente costruzione tra la palestra Coni e i campi da tennis. Una lezione di umanità. Di una civile società che opera silenziosa per la nostra salvaguardia.

Quaranta persone al giorno, tra volontari e dipendenti, pronti a muovere, di giorno e di notte, in tempi di festa e nella ferialità. Sempre. Dal 1982. Duemila soci, 250 quelli operativi, dieci dipendenti, 23 mezzi (ambulanze attrezzatissime, auto mediche, taxi sanitari, un camion).

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Incredibile l’impegno. Me ne parla Mariella Moreschini. Insegnante, ora in pensione. È uno dei nove consiglieri, compreso il presidente Giorgio Guerra, con incarichi specifici. Lei si occupa dei servizi. Che significa interventi per le urgenze, i trasferimenti per servizio sociale, il trasporto degli organi. E qui si ferma un attimo. «Perché l’emozione è tanta quando si consegna negli ospedali l’organo espiantato al Murri di Fermo. Ci sono i medici e gli infermieri che attendono, ci sono soprattutto i parenti del malato… E noi portiamo qualcosa di vivo che salverà una vita».

Accanto a Mariella due giovanissime. Kawttar Enhairi, 19 anni, ha origini marocchine. Sono stati i genitori a iscriverla al corso di primo soccorso. Lo consideravano una cosa buona per la figlia. Lo è stato. Kawttar sorride, in questi quattro anni ha sbloccato una sua insicurezza nei rapporti. Mariella la mise subito al centralino. «Ho fatto anche qualche piccolo pasticcio», rimediato. Oggi considera la Croce la sua seconda famiglia. «Sono cresciuta psicologicamente. Ho compreso il valore di dedicare il tempo agli altri. E poi vorrei fare l’infermiera». Grande soddisfazione quando viene riconosciuta per strada dalla gente soccorsa.

Paula Bordoni arriva invece dalla Colombia. Ha 22 anni. Anche lei sta in Croce verde da quattro. Suo padre faceva l’autista di mezzi pubblici. Un giorno ebbe un attacco epilettico. Gli ritirarono la patente. Era la sua professione e la sua passione. Un colpo durissimo. Poi l’iscrizione alla Croce verde. Di lui e di lei. E lei che sorregge e spinge il padre. Si trovano bene. Anzi benissimo. La vita riprende. Paula è contenta. «Mi sono aperta, ho socializzato, ho visto le cose in modo diverso. Ora do valore a tutto quel che faccio».

Lorella Sollini ne ha 58 di anni. Le domando il motivo del suo impegno. Risponde: «È tempo giusto». Giusto per la famiglia che non solleva obiezioni; per lei, che cresce nei rapporti; per gli altri, che può aiutare. Racconta un fatto. Lo scorso inverno fu invitata a cena da un’amica. A quel convivio avrebbe partecipato anche il padre dell’amica che Lorella non conosceva. Non conosceva? Quando ha visto gli occhi dell’anziano si è ricordata degli stessi occhi visti in un ferito soccorso 30 anni prima in un terribile incidente lungo la Mezzina. Erano quelli del muratore cui era stata vicina lungo il trasporto in ospedale.

Lorella ha tutti i suoi nella Croce: suo marito Giorgio Latini, vice presidente, poi ci sono i figli Francesco e Carlo. Perché? «Perché si cresce nello spirito di servizio».

Tocca al presidente Guerra. Elenca i progetti in Bielorussia, a Sarajevo, cita le borse lavoro, i lavori socialmente utili, il servizio civile, i corsi di continuo aggiornamento, gli incontri nelle scuole…

Un’umanissima macchina di solidarietà.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Mercoledì, 10 ottobre 2018

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