Gente di Campo. La Yerba Buena di Monte San Pietrangeli

Di cosa erano tessute le vele delle navi romane e delle città marinare se non di canapa. E di cosa era fatto il cordame delle imbarcazioni se non di canapa. E anche certi abbigliamenti (e certi alimenti) contenevano canapa.

I canapai non erano solo veneti, piemontesi, liguri e campani. Erano anche marchigiani: Ancona era città marinara e a Fermo esisteva il Navale romano. Nei primi quarant’anni del Novecento, l’Italia era tra le maggiori nazioni produttrici di canapa. Poi, dopo la seconda guerra mondiale, tutto è cambiato. I canapai sono spariti per quasi sessant’anni. Ora tornano.

Canapa

Come a Monte San Pietrangeli, in contrada San Martino, dove incontro i soci dell’azienda Yerba Buena Farm. Laura Girotti, Bryan Ciarlantini e Giuli (che è di origini haitiane) vivono lì e lì coltivano la pianta della canapa (che qualcuno chiama cannabis o marijuana). La coltivazione indoor, spiega Bryan, è al chiuso e consente un maggior controllo su illuminazione e temperature. Di conseguenza, anche gli attacchi dei parassiti saranno meno frequenti.

Poi, c’è la coltivazione in greenhouse, in serra. Infine, quella in outdoor, sui campi, con la possibilità di avere ampi spazi dove le piante possono crescere sia verticalmente che orizzontalmente. In questo caso, il punto debole è l’impossibilità di controllare l’umidità dell’aria o prevedere giornate piovose o assolate. Punto forte è che all’aperto si possono coltivare piante robuste e molto produttive.

Laura ha lavorato nel settore del caffé a Santo Domingo. È tornata nelle Marche due anni fa dopo la morte del padre Enrico che conduceva un’azienda agricola con annnesso allevamento di bovini e macelleria.

Bryan, laureatosi in Ancona, aveva un progetto proprio sulla canapa di cui vedeva la richiesta in aumento. I due si sono incontrati: lei ha messo a disposizione i terreni, lui l’esperienza. È nata così la società cui è entrata a far parte anche Giuli, compagna di Laura.

Casa, edificio e serre si trovano al confine con Monte San Giusto. Tre cani molto attenti difendono la proprietà.

L’impresa agricola è nata da un anno. Chiedo chi siano gli acquirenti. In questa fase, risponde Laura, le aziende di cosmesi. Con la canapa si producono creme, sciampi, e prodotti di bellezza in genere. Ma di canapa possono essere anche il tè, le tisane.

Per non dire poi dell’uso farmaceutico – ma qui il discorso si fa delicato – come sostanza terapeutica antidepressiva.

Bryan mi porge una foto: un piatto di pastasciutta con sopra una foglia palmata. Ci sono chef che, nel nostro territorio, iniziano ad usarla come condimento.

L’azienda aderisce alla Copagri di Fermo e all’associazione canapai che spingono molto per la produzione a fini terapeutici.

Con i proprietari, e seguito da un invadente cane nero, visito i locali interni dove la luce è molto forte e la ventilazione anche. «Le spese energetiche – mi spiegano – sono rilevanti e anche quelle dell’impianto di illuminazione».

Economicamente ce la fate? «Ce la caviamo nonostante l’investimento iniziale».

Progetti futuri? «Con la nostra canapa vorremmo produrre olio e birra».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì, 12 ottobre 2018

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