Minori… per modo di dire. Fabio Sartori e la suite per Licini

Quando l’ho chiamato al telefono, a Roma, stava accudendo a sua figlia Sveva: un anno, febbricitante. Poi, avrebbe ridato un’occhiata alla sua tesi di laurea su sant’Agostino e il silenzio. E, poi, ancora, avrebbe riflettuto su alcuni programmi della RAI di cui è consulente musicale.

Stasera, invece, sarà al teatro di Monte Vidon Corrado. A suonare per Osvaldo Licini.

Lui è Fabio Sartori, 40 anni, montegiorgese, la musica nel DNA, diplomato al Conservatorio Santa Cecilia di Roma in pianoforte e musica jazz.

Fabio Sartori
Il pianista Fabio Sartori

Ma, iniziamo da stasera, dall’esibizione che lo vedrà protagonista insieme al clarinettista Marco Colonna (romano) e al batterista Cristiano Calcagnile (milanese). Non un concerto come corollario musicale all’iniziativa sul grande pittore marchigiano. Ma uno sguardo in musica, dal pentagramma, sull’uomo/pittore che è stato anche poeta e narratore.

Suite per Osvaldo è il titolo dell’omaggio all’artista ed è anche un disco che Sartori & Company hanno pubblicato nel 2017.

Sette brani, sette suonate per abbracciare la vita e l’opera di quello che Sartori definisce un «visionario», nel senso di sensibile preveggente, e un «sognatore», nella voglia di un mondo diverso. E sicuramente «un agnostico ma fortemente intriso di spirito religioso», nel significato pregnante di legame con qualcosa che è oltre la materia, che sfugge ai cinque sensi.

Gli domando come mai questo lavoro. Mi risponde di aver letto e riletto un libro edito dalla Feltrinelli nel 1977 e oggi introvabile. Una raccolta di poesie e brevi testi scritti da Licini: dai Racconti di Bruto (con uno stile futurista) alle lettere di amore per la sua Nanny (la donna che lo seguì dopo l’incontro parigino nello studio di Modigliani, lasciando, per amore, ogni ambizione artistica e divenendo da donna di città donna di villaggio, che accudiva le partorienti delle campagne di Monte Vidon Corrado, che volle adottare la bimba di una madre morta nel darla alla luce).

Fabio è stato segnato da quelle letture e, a distanza di tempo, le ha rese ispirazione musicale.

Non è certo il suo primo impegno artistico. Il pianista montegiorgese trapiantato a Roma ha vinto diversi premi come solista e compositore, fra cui il consorso Barga jazz. Ha inciso dischi, tra cui Escher con il polistrumentista Roberto Laneri, pubblicato da Terre Sommerse nel 2010 e (In)Obediens, uscito con la Rudi Records nel 2014. Un lavoro, quest’ultimo, dalle ottime critiche e segnalato tra le migliori nuove uscite nel mese di Novembre 2014 dalla rivista Musica Jazz. Fabio scrive inoltre musica per cortometraggi e spettacoli teatrali.

Prima del Conservatorio di Santa Cecilia, si è diplomato al Liceo pedagogico di Fermo per poi iscriversi alla facoltà di filosofia, presso l’Università di Roma. Studi interrotti per i sopraggiunti impegni musicali. Studi ripresi grazie a sua moglie Silvia, anche lei musicista, suona la viola da gamba, un antico e delicato strumento. Silvia lo ha riscritto all’università e Fabio ha ripreso a confrontarsi con i suoi amati filosofi.

Con Sant’Agostino, soprattutto, con il silenzio e con il concetto del tempo.

Gli domando chi siano stati i suoi maestri. Diversi, è la risposta, ma il primo e sempre presente è suo padre Enzo, chitarrista e compositore.

Hanno fatto alcui dischi insieme. Anche quello di prossima uscita, che usa poesie dialettali come testo, li ha visti uniti.

«Mio padre sta portando avanti un lavoro strepitoso sulla musicalità del dialetto» mi dice con orgoglio.

Mi sembra più orgoglioso del padre che dei propri successi. Segno di umiltà. Segno di grandezza.

Stasera lo ascolteremo. Sarà un grande spettacolo.

Intanto, misura la febbre a Sveva, che sta meglio.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 13 ottobre 2018

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