Gente di Campo. Erri e le sue birre “francescane”

Una frase: «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E, all’improvviso, vi sorprenderete a fare l’impossibile». È un pensiero di san Francesco. Lo leggo in una brochure che promuove birre agricole. Fuori luogo? Per niente.

Il birrificio agricolo si chiama Jester, come lo storico giullare. E Giullare di Dio veniva definito il santo d’Assisi.

Se poi riflettete sul fatto che l’azienda agricola è denominata Porziuncola, come la minuscola chiesa interna alla basilica di Santa Maria degli Angeli, dove Francesco comprese la sua vocazione, il gioco è fatto.

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Erri Morlacca impegnato tra le sue cisterne

Erri Morlacca, il titolare di azienda e birrificio a Petritoli, ha voluto trattenere la devozione famigliare a san Francesco.

Poi, un ulteriore passaggio: la terra, i campi, la natura. Quella che il Giullare amava perché creata.

Erri, 41 anni, diplomato all’ITI Montani di Fermo, ha svolto molti lavori: contadino con suo padre Giuseppe, cameriere, impiegato in una azienda privata. Un giorno, 2013, deluso, ha guardato la sua campagna, «era incolta da anni», e s’è detto: «ho passione per la terra, amo queste colline, voglio fare qualcosa di mio». Ed è iniziata così la sua attività di agricoltore bio e birraio (altra passione).

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Oggi tira avanti 10 ettari. A Rotella, nella proprietà di sua moglie, coltiva le mele rosa dei Sibillini, con cui produce idromele, e a rotazione: grani antichi e orzo, che gli servono per la birra. Nell’appezzamento di Petritoli ci sono orzo e 100 piante di olive.

La strada per raggiungere il birrificio, che si trova in basso protetto da due colline, è brecciata. Il laboratorio, moderno, sorge adiacente ad una vecchia casa di campagna che Erri vuole ristrutturare e rendere punto di degustazione. Usando, in futuro, una scala di collegamento tra i due edifici, i visitatori potranno accomodarsi su un’ampia terrazza (tetto del birrificio) e godere, in un silenzio perfetto, di un panorama eccezionale: Sibillini, Monti della Laga e Gran Sasso.

Entriamo nel laboratorio. Il giorno precedente la mia visita ha proceduto alla cotta. Salendo su una specie di palchetto, dove stazionano attrezzature all’avanguardia e in acciaio, mi spiega «la macinazione, l’ammostamento e saccarificazione, la filtrazione, la bollitura e luppolamento, il raffreddamento e aerazione, la fermentazione, l’imbottigliamento e la rifermentazione».

Passiamo in un’altra stanza. È climatizzata. È il ricovero delle birre imbottigliate e da etichettare. Sono sette quelle prodotte da Jester: Ailanto, ispirata alle birre dei Trappisti; Claroma, con succo di melograno; Francisco, dedicata al Santo, con frumento Saragolla; Lunaria, speziata con anice verde; Pervinca, bionda e ad alta fermentazione; Solina, con frumento omonimo; e Sidrosa, sidro, dal succo delle mele rosa sibilliniche.

Tra i clienti ci sono ristoranti, pub e pizzerie, marchigiani al momento, emiliani e umbri prossimamente.

Ringrazia Amazon che, per le aziendine dei territori terremotati, ha messo a disposizione una piattaforma on line, come vetrina.

Chissà se fra una cotta e l’altra il nostro birraio reciti il Cantico delle Creature. Glielo chiederò.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Venerdì, 19 ottobre 2018

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