Cammino la Terra di Marca. Il sacro, il silenzio e la festa

«Il sacro ha a che fare con il mistero, con tutto ciò che si nasconde alla ragione… La mente ha risolto tanti enigmi, ma il mistero rimane come rimane la categoria del sacro… Anche per un non credente, entrare in un tempio suscita sensazioni che non si provano quando si varca la porta di una banca». È un passaggio di un drammatico quanto lucido e affascinante libro (Homo stupidus stupidus) dello psichiatra Vittorino Andreoli.

Credo che quelle sensazioni non si provino solo in un tempio indù o in una chiesa cattolica o in una moschea islamica. Accadono anche varcando un composto cimitero. Esperienza personale.

Sono i giorni dedicati ai Santi e ai Defunti. Entro nel camposanto di Monterubbiano. Non perché abbia parenti sepolti in quel luogo. Ma perché attratto dalla bellezza della costruzione di fine Ottocento e perché attirato dalla posizione: il mare sulla sinistra, le mura sforzesche davanti, la città di Fermo che s’allunga come una vecchia nave dalla ciminiera rappresentata dal Duomo. Varco il cancello, e i passi senza comando alcuno, si fanno più lenti: niente a che vedere con la velocità impressa dall’ansia quotidiana. Ripesco un passaggio di Andreoli: «Se la ragione è la guida del profano, nella sacralità essa perde tutto il suo significato». E arriva, non richiesto ma desiderato, anche il silenzio. Amalo, era l’invito di Isacco di Ninive, perché «ti reca un frutto che la lingua non è in grado di descrivere». E il Qohélet aggiungeva «c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare». Lo sapeva bene il poeta Ezra Pound che, uscito dopo 13 anni di internamento dal manicomio criminale St. Elizabeths di Washington, decise che non era più tempo delle parole parlate. Non era più il Tempus loquendi, era giunto il momento del Tempus tacendi.

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L’ingresso al cimitero di Monte Rubbiano

Il silenzio, dunque, che non è un vuoto, ma un pieno di attenzioni e di accoglimenti. Ho rigustato, in un film, Il Grande Silenzio girato dal regista tedesco Philip Gröning nel monastero certosino de La Grande Chartreuse, situato sulle montagne vicine a Grenoble,.

Ora cammino lento e silenzioso al centro del cimitero, tra i defunti sepolti a terra, tornati ad essere tutt’uno con essa. Recitava l’antico detto medievale: homo? humusfama? fumus, finis? cinis, l’uomo è terra, la fama è fumo, la fine è cenere. Cosa vale la vita dunque? Cosa le dà consistenza? Non certo il danaro o la gloria. Perché… C’è una stupenda poesia di Clemente Rebora: «Qualunque cosa tu dica o faccia c’è un grido dentro: non è per questo, non è per questo! E così tutto rimanda a una segreta domanda… ». Non è per questo, non è per questo…

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Un bambino allacciato alle mani dei genitori mi sorride. Non lo conosco, non mi conosce. Non ha sovrastrutture. Sembra lieto. È lieto.

«I camposanti dovrebbero tornare ad essere luoghi familiari e ridenti, perché contengono le nostre radici…» scriveva Alfredo Cattabiani. Occorrerebbe visitarli più spesso.

Vendono crisantemi all’ingresso del cimitero di Monterubbiano. Pensavo fosse un fiore triste. Mi sbagliavo. Sono il contrario: in Oriente rappresentano solarità e immortalità. Non è giorno di mestizia, dunque. Lo è di festa. Nell’unione stringente tra visibile e invisibile. Unica speranza.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 4 novembre 2018

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