Civile Società. Il Banco che educa

Accade ogni tre-quattro settimane. Di sabato pomeriggio. Nei locali sottostanti la chiesa di San Gabriele dell’Addolorata, zona Campiglione di Fermo.

Da una parte del grande salone diviso in due, c’è una cinquantina di bambini di origine cinese. Fanno i compiti seduti intorno a lunghi tavoloni. Alcuni più grandi aiutano nello studio. Fanno per loro conto.

Dall’altra parte, come api operose, si muove, velocemente, una ventina di persone: adulti, giovani e anche bambini. Preparano i pacchi alimentari da consegnare alle famiglie del Fermano che ne hanno bisogno. Il cibo arriva in parte dalla Colletta Alimentare di fine novembre, dagli aiuti dell’Europa e per la maggior parte da donazioni di cibo che altrimenti andrebbe sprecato.

banco estivo

La disposizione dei pacchi è su tre pareti, disposizione geometricamente perfetta: ci sono quelli per le famiglie numerose, quelli per coppie senza figli, e quelli per monasteri, conventi, enti di carità che a loro volta li redistribuiscono a chi ne ha necessità. Questo luogo, questo lavoro, questa gente hanno una sigla che li contraddistingue: Banco di solidarietà. Fa capo al magazzino di San Benedetto del Tronto, che fa capo al Banco alimentare di Pesaro, che fa capo al Banco alimentare nazionale. Raccolta di cibo, distribuzione ai poveri, lotta allo spreco: la filosofia.

Marcello è il responsabile locale. Poche parole, tanto esempio, tantissimo cuore. Poi, c’è Anna, ferrea organizzatrice dello smistamento: tutti fanno riferimento a lei per i confezionamenti. Poi c’è Paolo, che nella vita è un solido e valente avvocato. E Amedeo, che è agricoltore e allevatore, e ha la forza giusta per staccare pesi e capire errori. E Pina, che dipinge quadri; e Delia sempre pronta a dare una mano. E Milena il cui sorriso non le abbandona il viso mai. E Laura già bravissima speaker radiofonico; e Patrizia, che è insegnante di scuola. E Sara, che è Pr nata; e Antonio, operatore ecologico, e i suoi amici, originari del Sud.

Banco lavoro

Alle 17 i pacchi sono pronti. Arriva altra gente: 10-15 autisti.

Scattano le consegne a domicilio. Agli assistiti? No, a persone divenute nel tempo amiche, con cui s’è stretto un rapporto vivo.

Ho passato un pomeriggio al Banco. Noto i volontari contenti. Sembra che il gesto di carità faccia bene in primo luogo a loro. «Il pacco – spiega un volontario – aiuta un po’ chi ne ha bisogno, ma sappiamo che non risolve. Però aiuta molto noi. Ci fa diversi, più attenti ai bisogni». In quest’ambiente circola un frase: «Il gesto della caritativa ci rende presenti al presente». Che significa: donare il proprio tempo, ci rende capaci di una coscienza più profonda dinanzi ad ogni istante, è qualcosa di educativo, cambia la prospettiva del vivere. Un nuovo modo di pensare e di agire.

Qualche anno fa, a Fermo, in un convegno, il prof. Fabio Ferrucci docente universitario di sociologia e processi culturali, auspicava il passaggio da una cultura dell’egoismo a una cultura del dono, da una cultura chiusa in se stessa ad una aperta all’altro. Una sfida alla mentalità comune. Che ha bisogno di educazione però. Perché, scrive il poeta Rondoni, se «un ragazzo viene educato a pensare che il mondo è uno schifo, dove l’importante è cavarsela, avere successo, riuscire, il suo cuore sarà da sciacallo. Solo uomini educati al senso della carità e della gratuità del vivere saranno diversi dagli sciacalli».

Quelli del Banco sono al lavoro. Per sè e per gli altri. «Così la vita può rifiorire». La vita, dunque la società.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Mercoledì, 7 novembre 2018

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