Minori… per modo di dire. Ennio Occhiodoro: la mia dolorosa guerra

Da allora dorme pochissimo. Da allora il dolore del braccio gli è sempre compagno. Da quella dannata seconda guerra mondiale.

Ennio Occhiodoro ha 96 anni. Cammina appoggiandosi a due bastoni. Veste in completo grigio con gilet blu e camicia. Sul bavero della giacca spicca il piccolo scudo dei mutilati e invalidi di guerra. Lui lo è. Lo è al braccio, che non vedo, e alla mano, che è rappresa. Ha fatto la guerra e l’ha subita.

Loincontro a Grottazzolina dove vive. Le foto in casa trattengono lasua storia e quella della sua famiglia, a partire da Quintilia, lamoglie, morta sei anni fa. Ha gli occhi verdi, Ennio, mobili,vispissimi. E la memoria acuta. Ma a volte è un calvarioricordare…

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Ennio ha 19 anni. L’esercito lo richiede. La cartolina precetto intima: 226^ Corpo di fanteria Molfetta. Rifornisce di proiettili i cannoni. Qualche settimana di addestramento e poi via per l’Africa dove il l’armata sta ripiegando insieme agli alleati tedeschi.

Tunisia, 1942. Località El Meteki. Un monte. Un pezzetto di Africa conquistata e da difendere. Sono in 15 in quella porzione: 14 soldati e un sottotenente. Giovani e di tanti paesi diversi. Si mangia male, si mangia nulla. Il pane è ammuffito. Inglesi e americani bombardano dal cielo. Gli italiani rispondono e si spostano per non essere individuati. Un inferno. Accanto ai nostri, un plotone di tedeschi che viene decimato. Il sottotenente italiano riceve una comunicazione dal comando: c’è un ufficiale tedesco che è rimasto ferito e isolato, è da salvare.

Il sottotenente manderebbe in soccorso un soldato più esperto: un napoletano. Ma quello si rifiuta: per morte certa. L’ufficiale sposta allora gli occhi su Ennio, senza dir nulla. Ennio capisce. Non si tira indietro. Prende una valigetta del pronto soccorso e, quatto quatto, si sposta verso la postazione tedesca. La raggiunge. L’ufficiale è ferito alle gambe, perde sangue, non cammina. Ennio se lo carica sulle spalle. È pesante. Pochi metri e una sventagliata di pallottole lo colpisce al piede. Sulle prime non sente dolore. Continua la corsa. Ma cos’è quel plof plof nello stivaletto? È il sangue della ferita che ha colmato la scarpa. Non c’è tempo di pensare. I movimenti del corpo vanno da soli. Deve tornare dai suoi. Ci sta arrivando. Vede la buca dove entrambi potranno ripararsi e dove depone il tedesco. Ma dove sono i suoi compagni? Morti. Tutti morti. L’unico in vita è il sottotenente che gli grida di fuggire. Un massacro in atto. Ennio si sporge un poco. Un’altra raffica gli colpisce prima il braccio destro poi la mano. Cerca di arretrare, di scendere dalla montagnola, di raggiungere le posizioni amiche. Di fronte ha un arabo che ha deciso di ucciderlo. Un’altra buca. Un tedesco con la mitraglietta: «Camerata, sono italiano», gli grida, «non sparare». Non potrà sparargli. È avvinghiato alla sua arma, ma è deceduto. Ennio gliela toglie di mano e a sua volta spara. L’arabo cade. In quel momento una bomba gli esplode vicinissima sollevando un gran cumulo di terriccio. Ennio rimane sepolto. Sepolto vivo.

«Ero lì sotto, – racconta – immobile, semi soffocato, cieco, ho pregato la Madonna della Liberata…». Due ore di terrore. Poi, un tramestio, qualcuno che scava, che lo trascina fuori. Parla la sua stessa lingua. Non basta: è un fermano.

Sono soli. I soldati francesi li fanno prigionieri. Un ufficiale li interroga. «Di dove siete?». «Di Ascoli» risponde Ennio, che crede inutile rispondere «di Petritoli» dove abitava. «Di Fermo», risponde l’altro. Ed è il secondo miracolo. L’ufficiale francese ha un figlio pilota abbattuto con il suo aereo e prigioniero nel campo di Molini di Fermo…

Sono abbracci tra nemici. Sono abbracci tra uomini. L’ufficiale scrive una lettera, la consegna ai nostri perché la portino a suo figlio. E li lascia liberi.

Poi, il ritorno. Prima in ospedale a Palermo, poi a Firenze, poi la convalescenza a casa.

Ennioha fatto il bidello alle scuole di Grottazzolina. Sul petto è comese portasse sempre la Croce di bronzo al merito e il Nastro azzurrodei decorati. Negli occhi le lacrime… di allora.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato 17 novembre 20118

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