Gente di Campo. Colibazzi: il miele e la montagna

Mettete insieme la montagna incantata dei Sibillini, i suoi boschi, i suoi borghi. Pensate a quella frazione di Amandola chiamata Casa Innamorati. E poi riflettete sul passo di Federico Garcia Lorca: «Il miele è l’epopea dell’amore, la materialità dell’infinito.Anima e sangue dolente dei fiori, condensata attraverso un altro spirito».

Capirete allora quanto il miele sia, non un prodotto alimentare, ma qualcosa che abbia attinenza con dolcezza e intimità.

Io non so se Filippo Colibazzi c’abbia pensato quando, ereditando le arnie di suo padre Angelo, si è riproposto di portare avanti una piccola azienda di famiglia. Ma questo è! Consciamente o inconsciamente.

Filippo  ristrutturato un rudere, proprio a Casa Innamorati. Al piano terra ha realizzato il laboratorio, al primo un magazzino.Distribuite intorno, ha sistemato 200 arnie o, come si dice in gergo, famiglie. Suo padre ne curava cinque, per il miele casalingo. Miele così buono che, dalle pareti domestiche, causa regali agli amici, è diventato successivamente prodotto genuino da vendere. Da una passione una professione. Il miele Colibazzi lo trovo nel punto vendita accanto al laboratorio o nei migliori negozi: le vere case del gusto.

Filippo mi spiega il funzionamento: «Il miele di acacia viene dalle fioriture di maggio, quello di castagna da metà giugno alla prima settimana di luglio, il millefiori lo si può ottenere sino a fine agosto». Certo, i giorni possono variare con il clima. Lo scorso anno fu terribile. A marzo e aprile,dopo giornate buone con tante fioriture, la gelata «ha ucciso i germogli».

In campagna è così. Il tempo può tradirti. Quest’anno è andata meglio.

La produzione si aggira sui 50 quintali. Non è il top «ma ci si può contentare». In condizioni ottimali si potrebbe arrivare a una sessantina di quintali. Ma se le arnie fossero posizionate in pianura il prodotto raddoppierebbe.

Domanda legittima: perché non sposta le famiglie in basso? «Perché in montagna la qualità è maggiore». Per l’aria, per la mancanza di pesticidi dati alla terra, per la spontaneità dei fiori. Un altro mondo, insomma.

Ora l’azienda mira ad ottenere il marchio del Parco dei Sibillini.«Sarebbe un valore aggiunto» spiega Filippo lasciando in sospeso alcune frasi da cui si capisce che la procedura non è semplice e la burocrazia la fa da padrona.

A dargli una mano tra le famiglie c’è la sua famiglia. Regolarmente, sua moglie Paola, nelle situazioni di super lavoro, cioè nel momento della raccolta, arrivano anche i figli Mirco e Daniele.

Pericolose le api? «Ma no. Basta un po’ di attenzione. Poi le arnie sono posizionate fuori dai centri abitati».

Soddisfatto? «Molto. Non facciamo pubblicità. Eppure, la gente arriva, chiede,acquista. Il passa-parola è vincente». Lascio l’apicoltore dedicandogli una frase di Isabel Allende: «Il miele, nettare di Afrodite, dorato tesoro della Terra, frutto dell’anima dei fiori e del lavoro delle api, era servito per addolcire la vita molto prima che venisse scoperto lo zucchero. Il sapore e l’aroma dipendono dai fiori che le operaie alate hanno succhiato».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Venerdì,14 dicembre 2018

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