Minori per modo di dire. Cinzia Marrozzini: prima la persona poi il malato

Fin da piccola voleva esser medico. Suo padre Giovanni Marrozzini, che medico lo era da un pezzo, e anche famoso e apprezzato, cercava di dissuaderla. Ma niente da fare. La piccola Cinzia sbirciava le visite del babbo ai pazienti, propinava punture sforacchiando le sue bambole di peluche, e giocava con le garze fornitele da compiacenti infermiere della clinica Villa Verde di Fermo. Destino segnato: o medico o niente! Eh sì, arrivò a dire proprio questo ai suoi genitori (la mamma era Lilia Cardinali del noto Laboratorio analisi fermano). Traguardo alla fine raggiunto!

La dottoressa Cinzia Marrozzini

Oggi, Cinzia Marrozzini è medico e responsabile del Laboratorio di Emodinamica e Cardiologia interventistica del Policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. Nei giorni scorsi, lei e la sua équipe hanno innestato nel cuore di cinque ultra settantacinquenni l’ultima generazione di protesi valvolare aortica. Un intervento che ha evitato agli anziani l’operazione a cuore aperto con anestesia totale. Un nuovo successo per il Sant’Orsola-Malpighi: uno dei pochi centri pilota europei scelti per questo tipo di interventi. Impianto a cui hanno assistito dieci ingegneri giunti dalla California «per controllare – è stato scritto – l’andamento e i risultati della nuova valvola che sarà in commercio da gennaio».

Di cosa si tratta? Di un nuovo dispositivo, ha spiegato la dottoressa Marrozzini, «circondato da una banda di tessuto, una sorta di “spugnetta” che rende pressoché perfetta l’aderenza all’anello aortico riducendo ancora il rischio di “perdite” e di conseguente insufficienza perivalvolare, rispetto ai sistemi precedenti».

La Marrozzini, che vive a Bologna, è legatissima alla sua Fermo dove torna, compatibilmente con i suoi impegni ospedalieri, ogni fine settimana. Ha frequentato il liceo classico Annibal Caro, quindi la facoltà di Medicina all’università di Bologna. Ha partecipato a diversi corsi a New York e a numerosi congressi in giro per il mondo. La incontro in un caffè dove il personale la conosce e la saluta con affetto.

Mentre parliamo, viene fuori la sua filosofia medica: mettere al centro la persona prima che il malato. Un’eredità che le giunge sicuramente dal padre. «Il malato – sottolinea – prima di tutto è una persona, non è un dato della casistica neppure un numero o un fatto da esibire nei congressi». Una filosofia che contrasta con tanto mondo medico più attento all’economia, alla tecnologia, alle case farmaceutiche.

Una posizione umana che ha imparato dal padre e dai suoi maestri. Uno dei quali era il prof. Bruno Magnani, primario di cardiologia. È stato lui ad insegnarle che la prima cosa da fare, davanti ad una persona malata, è prenderle la mano e sentire il polso. Certamente per capire la frequenza del battito. Ma ancora di più per trasmettere vicinanza, familiarità, sostegno.

Un altro maestro è stato il prof. Antonio Marzocchi, già responsabile della Struttura Semplice Emodinamica sempre al Policlinico Sant’Orsola-

Malpighi, che continua a frequentare il Laboratorio.

C’è una cosa che la nostra dottoressa tiene a precisare: l’infartuato non deve convincersi di essere una persona menomata, può, con qualche attenzione, svolgere una vita normale.

Le chiedo se quel mondo è ancora duro per una donna. Risposta: «Lo è».

Le chiedo se è accomodante. Risposta: «Mica tanto». L’idea che mi faccio è di una tosta che ha voglia di fare e risolvere.

Lei arriva in Laboratorio alle sette del mattino mettendo in moto tutto il meccanismo. Gli altri un’ora e mezzo dopo…

E quando non lavora? Legge o guarda i gialli in tve accudisce ai gatti. Ne ha dieci, tutti con un nome proprio, da Gigio a Coloratina.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 22 dicembre 2018

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