La Stella di Natale

Il Suv nuovo: una soddisfazione. Lui preme un bottone uscendo di casa, e il motore va in moto. Ha provato anche dalla finestra: una ventina di metri di distanza dal parcheggio, e il meccanismo funziona. Il Suv lo ha acquistato da pochissimo. Ha il motore ibrido. Si risparmia e non inquina. Coscienza ecologica e civica…

Ieri, PierCarlo ha fatto l’ultima telefonata. L’albergo di montagna ha la stanza desiderata per la settimana bianca. Caratteristiche richieste: in paese, ma non proprio in paese; in periferia, ma non troppo; esclusivo, ma non proprio. Con gente, ma non con tanta gente.

Andrà il 23 dicembre. Anzi, andranno: lui e Isa. Isa, che in effetti sarebbe Isabella, ha 41 anni, lavora nella moda, è single e bella, un po’ libanese nei tratti. Abita a Bologna centro, mentre PierCarlo vive in periferia. Lui di anni ne ha sei di più. È scrittore d’un certo successo. Viene dal giornalismo, che continua a fare a modo suo. Non ne poteva più di «tremilatrecento battute al massimo», come gli imponeva il capo-redattore. Ora, spazia. Ha la sensazione di navigare in mare aperto o «lungo il placido Don», lo ripete spesso agli amici. Più che amici, ai compagnoni delle serate di fine settimana in ristorante.

La casa editrice è famosa pur non essendo delle più grandi. Punta alla qualità, che non è semplice di questi tempi. Di roba così così, in giro, se ne pubblica tanta, troppa: valanghe di libri, basta solo pagare!

Ogni tanto, a PierCarlo viene la voglia di lasciar perdere. Chiudere tutto. Ma gli passa un attimo dopo. Il folletto della scrittura e del racconto è sempre lì, pronto a ricatturarlo. Basta accendere il computer e avere un foglio bianco da riempire. E le dita partono in automatico.

Isa e PierCarlo si vedono di tanto in tanto. Nei giorni di festa: sì, quando gli impegni sono meno pressanti. Perché la regola aurea è: prima il lavoro, i soldi, poi, se c’è tempo, il resto. Anche il sesso viene dopo. Per l’amore: boh, non ci hanno mai pensato. Per lo meno dicono questo. Ci si lascia, ci si piglia, si piange un giorno, si ride quello successivo.

Ora, ci sono le feste. E le feste bisogna farle. Lo impone la pubblicità e quel dispositivo di manipolazione chiamato Tv! La settimana bianca va forte. Guai se non la si può raccontare nei minimi dettagli ai colleghi, una volta rientrati nell’ordinario inferno quotidiano.

Massì, alla fine è cosa buona: fuori dallo stress, per riprendere fiato, e rituffarsi di nuovo nello stress. Cosa meglio di una decina di giorni tra le nevi, con gli sci ai piedi, dinanzi al fuoco a riferire di viaggi e di nulla, di spazio senza capirne tempo e storia?

Ha lustrato il Suv e ha preparato la valigia. Ora tocca a scarponi e sci. Li conserva nel ripostiglio, laggiù, nel sotterraneo, nel lungo corridoio dove anche gli altri inquilini (sono otto, la palazzina elegante e giovanile ha gli appartamenti disposti su due piani). Una specie di cubo bianco, pieno di vetro e di luce, richiamo futurista, con un altro rettangolo di giardino dove, non si sa per quale motivo, non si possa giocare a palla, passeggiare, leggere, studiare, approntare un pranzo in comune. Comunità niet!

L’amministratore è stato categorico: nessun vivente tra il verde, né uomini, tanto meno animali! Ulteriore spiegazione non c’è stata.

Un museo, dunque, un luogo da contemplare da lontano: vietato avvicinarvisi.

PierCarlo scende nello scantinato. Sono tre anni che non lo frequenta. Gli ultimi due natali li ha passati in super alberghi newyorchesi sovrabbondanti di ogni cosa, e senza mai uscire dall’edificio che sembrava una città. Anche le vacanze nei super hotel sono oggetto di racconto e di invidia.

Ogni volta che si reca là sotto ripete la stessa promessa: debbo sistemare i pacchi, scansare le gomme, ordinare le scarpe, buttare l’inutile. Ma inutile è proprio la giaculatoria.

Eccoli, gli scarponi! Li ha intravisti sepolti sotto una pila di riviste e damigianette per olio e vino. Ora dovrebbe disarticolare la montagnola. Non ne ha voglia. Preferisce rischiare. Inizia a tirare via lentamente la scatola che interessa. Poco alla volta, lentamente, per evitare crolli.

«PierCarlo!». La voce è di un bambino. Andrea ha sei anni. Abita l’appartamento di fronte al suo. Bambino arguto, simpatico, occhi curiosi. Lo incontra spesso sul pianerottolo quando l’uno va a scuola e l’altro in redazione.

PierCarlo si gira per salutare. Lascia il mucchio che contrastava con la mano destra e… patapan, la pila di inutilità si sfascia sul pavimento distribuendosi quasi a raggiera.

Andrea ci rimane male, come fosse colpa sua. PierCarlo deve decidere se bestemmiare oppure no. Sceglie la seconda opzione. Però distende le braccia lungo il corpo, sconsolato.

A questo punto si può essere anche gentili. «Ciao, Andrea, che fai?». C’è un pallone che, saltato dal balcone, è finito nel rettangolo verde off limits. PierCarlo lo vede. «Ci penso io, tu resta qui dentro. Non si sa mai: dovesse sparare, l’amministratore».

Lo scrittore quatto quatto penetra nel museo verde. Andrea intanto s’è avvicinato alla mole di cartoni sprofondati. Da uno scatolone è fuoriuscita una stella, di quelle cicciottelle e dorate, con il buco sotto, da infilare da qualche parte. Il bambino la imbraccia, la guarda, la gira. La trova bella. Ce l’ha ancora in mano quando PierCarlo lo raggiunge con il pallone. «Cos’è?» chiede il ragazzino. L’adulto non risponde. Un file si apre, immediato, nella sua mente. Si spalanca sulla vita di prima. Tanti fotogrammi girano al contrario. Rewind.

La stella! Quella stella! Suo padre Antonio. Sua madre Carla. Suo fratello Luigi. E quel calvario! Un giorno intero di calvario. E poi…

Quando era piccolo, i suoi tenevano molto alle feste religiose. E il Natale era quella più sentita. C’erano piatti particolari a pranzo e cena, e tanti addobbi in giro per la casa. C’era l’albero grande, vero, che toccava il soffitto; ed il presepe, iniziato già a novembre. PierCarlo era solito scrivere una letterina di buoni propositi che infilava sotto al piatto del genitore. E i buoni propositi, letti ad alta voce dal padre, erano compensati da qualche soldo per giocare a tombola.

Antonio era un socialista, non troppo religioso. Ripeteva spesso che «Cristo era stato il primo socialista della storia, la chiesa molto meno, i preti per nulla». Però l’albero lo faceva, e pure il presepe.

La mamma era devota: una devozione tutta sua, semplice, popolare, molto intima. Non era improbabile, diceva tra lo scherzo e la serietà, che, se fosse rimasta vedova, avrebbe scelto la via del convento. Proprio quello che stava di fronte a casa. Una certezza era assoluta: non aveva mai votato la Democrazia cristiana. Proprio no!

Le feste di Natale erano attese anche perché non si andava a scuola. E spesso nevicava, ovattando il mondo già ovattato di quegli anni. C’era poi quel senso dell’insieme che dava calore al cuore. Calore e sicurezza. Si cresceva in quell’ambiente. Ci si fortificava per la vita.

Però quel Natale fu diverso. Sua madre Carla gli avrebbe dato un fratellino. La pancia era diventata ingombrante. Sempre più grande. I medici mostravano però una certa preoccupazione: la gravidanza non procedeva bene. Carla era rimasta a letto molte settimane. Quasi immobile.

PierCarlo a quel tempo aveva otto anni. Sentiva parlare di sangue, perdite, completo riposo, vedeva la mamma impallidire e smagrire in viso. Il parto era previsto per fine gennaio. Ci sarebbe stata «la luna», dicevano quelli che se ne intendevano. Però il 24 dicembre, di mattina, qualcosa accadde. Mia madre s’era lamentata per l’intera notte.

A giorno, arrivò una signora enorme, un po’ claudicante, non saprei dire se per l’ingombro delle carni o per qualche problema agli arti. Parlava un dialetto del nord, forse friulano. Era l’ostetrica, la levatrice come sentivo ripetere con bel termine. Iniziò a impartire comandi: «Chiamate il medico, subito! Via il bambino! Portate acqua calda, portate panni puliti, sorreggete la testa di Carla, alimentate la stufa, abbassate le luci!». La nostra grande casa si animò di trepidazione e timore. E anche di paura. Sì, tanta paura. Lo comprendo meglio oggi, ripensando a ieri, e ai volti delle zie e delle vicine di casa che subito erano accorse.

Mi portarono via. Mi richiusero in una stanza ampia, che serviva da sala buona, rammento le pareti di carta da parati rosso e argento. Sedetti sul sofà settecentesco.

Sentivo i lamenti di mia madre, e la voce forte della levatrice: «Spingi spingi». Quando una delle donne che assistevano disse forte «non ce la fa», l’ostetrica urlò: «Sta’ zitta, stupida. Carla è forte. Il bimbo è forte». Era convinzione o speranza, chissà?

La camera di mia madre aveva le pareti chiare e le tende trasparenti ad entrambe le finestre che davano sulla strada, appena fuori dalla piazza. Davanti c’era un grande convento. Il convento che amava. Ripensandoci, scommetto che le suore stessero, in quelle ore, pregando solo per lei.

Il calvario andò avanti per troppo tempo. Mi portarono in un’altra stanza ancora. Ancora più lontana. Qualcuno suggerì di trasferirmi in una abitazione vicina. Avrei opposto la mia piccola resistenza. Io non volevo lasciare mia madre. Loro non volevano che udissi le sue urla.

«Chiamate il medico, subito subito. Sbrigatevi». Stavolta la voce della levatrice arrivava come rotta. Andava tanto male?

Ma dov’era mio padre? Non l’avevo più visto. Sulle prime pensavo fosse in ambulatorio, a prelevare il medico. Ma quando questi arrivò lui non c’era ad accompagnarlo.

Il medico si tolse rapido il cappotto, infilò dei guanti bianchi, entrò in camera.

Le urla sempre più disperate. Le voci concitate. Il bimbo non usciva. Mia madre rischiava di morire. Lo capivo dalle lacrime delle persone che andavano avanti e indietro..

Avevo il viso attaccato al vetro della finestra. Piangevo a dirotto.

Poi, all’improvviso, davanti a me, in cima alla strada, dalla scala che portava al convento vidi scendere mio padre e dietro di lui mi apparve come un bagliore. Aveva la forma di una stella. Forse il riflesso di qualche albero natalizio, forse un’immaginazione, forse…

Mio padre era come imbozzolato, racchiuso da quella luce che gli stava sopra, dietro, in mezzo. Dopo l’ultimo gradino si chinò. Guardò le pietre. Stese la mano sinistra. Raccolse un frammento. Sembrava oro. Sembrava… Un frammento di luce. Un frammento d’universo. Un frammento del tutto.

Quando mi ripresi, le urla erano cessate e per alcuni attimi il silenzio fu perfetto. Perfetto. Un attimo che fu domanda comunque di eternità, sospensione del tempo nel tempo. Poi, un vagito e uno strillo. Una nuova vita. Per la vita. E ogni cosa iniziò di nuovo a scorrere. A fluire. Venne gente, si riempirono le sale. Fu qualcosa di corale. Di unito. Un gruppo? No, una comunità umana.

Era la sera del 24 dicembre.

Il medico uscì dalla camera. Il volto gli riprendeva colore. La levatrice invece era sfatta, sedette fragorosamente su una poltrona di raso. Mia madre aveva i capelli lunghi intrecciati dal sudore. Pallida. Un cencio. Le avevano messo una camicia candida. Teneva mio fratello nell’incurvatura del braccio destro. Lo guardava. Mi guardò. Sorrise. Anche il piccoletto sembrò sorridermi.

In quell’istante entrò mio padre, abbracciò la sua donna, il suo figlio nuovo, e quello ormai un poco più vecchio.

Tornò indietro. Prese qualcosa dietro alla porta. Era una stella. Dorata. Grande. Come quella che mi sembrava di aver visto poco prima dinanzi a casa. Raccolta da terra. La stessa stella che Andrea ora aveva tirata fuori dagli scatoloni, seppellita da anni. Non so perché – ma in effetti lo so – il cuore divenne caldo. Provai una sensazione di calma, di tranquillità. Se uso il termine “felicità” non credo di andare lontano dal significato vero.

Lasciai perdere gli scarponi, riposi gli sci. Scavai per ritrovare gli addobbi. Li portai in casa. E feci una cosa nuova. Scesi e mi recai al bar del quartiere. Non lo frequentavo mai. Conoscevo qualcuno solo per averlo incrociato per strada. Entrai e offrii il punch a tutti, anche a quel ragazzo, senz’arte né parte, che stazionava sempre lì davanti, con in mano un boccale di birra, estate e inverno. Anche a quei tre di colore scuro, che camminavano lentamente con dei pacchi in mano, come alla ricerca di qualcosa.

Ad Andrea feci portare una cioccolata calda. C’era un venditore di alberi natalizi nei pressi. Aveva invaso la piazzetta di verde e di luci.

Andammo da lui, tenendoci per mano. Ne acquistai uno grande, uno vero. Lo trascinai in appartamento, sbriciolando di terra il pavimento, alla faccia dell’amministratore.

Lo posizionai in mezzo alla sala. Quindi, tornai giù. Penetrai con baldanza nel museo all’aperto. Addobbai di luci gli alberi immacolati. E la sera della vigilia li accesi dopo aver invitato a cena i vicini di casa che non avevano compagnia. Si stupirono, sulle prime, ma vennero. Fu una festa! Inaspettata. Una festa vissuta insieme.

Anche Isa venne: mangiammo, bevemmo, e andammo, più tardi, un po’ spaesati e un po’ pesci fuor d’acqua, alla messa di mezzanotte. Gremita. Ci stringemmo corpo a corpo. Uniti noi, uniti a loro. Un tutt’uno.

Certo, non avrei avuto nulla da raccontare a quelli dell’ufficio e del ristorante: né super hotel, né spiagge esotiche, né sciate clamorose tra pini rossi. Mi avrebbero considerato sicuramente un poveraccio, un fuori moda.

Solo di una stella, avrei potuto dire. E di gente ritrovata. E di una nascita, soprattutto. Che si ripeteva nei secoli dei secoli.

Polvere di stelle. Polvere di Creato.

di Adolfo Leoni

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