Artigiani Veri. Matteo Ruggeri da Fermo

La forgia è sul fondo del laboratorio rettangolare ubicato in via degli Appennini a Fermo. Prima era alimentata a carbone, oggi lo è a metano. Ma il fuoco arde comunque e rende il ferro incandescente, unico modo per lavorarlo come si deve.

A pochi metri ci sono le incudini e i martelli. E c’è lui, Matteo Ruggeri, fabbro, 34 anni, capelli mossi, corporatura solida e grandi mani. E una passione per il metallo. Una passione per l’uso creativo delle mani che gli deriva dal padre Mauro, grandissimo artista-artigiano orefice. Uno di quelli che, nella sua bottega di corso Cavour, gli anelli li costruiva da zero.

In effetti, suo figlio Matteo a far l’orafo ci ha provato. E gli riusciva pure. Però, quello stare sempre curvo sul banchetto qualche problema alla schiena glielo creava. Allora, ha scelto sempre di seguire la manualità creativa ma nel ferro battuto.

Il nostro si diploma con il massimo dei voti all’Istituto d’Arte Preziotti di Fermo, sezione metalli-oreficeria: 100 su 100. Potrebbe proseguire gli studi a Firenze, all’Accademia delle Belle Arti, oppure a Urbino, stesso indirizzo. Lo vorrebbero entrambi gli istituti. Ma lui preferisce entrare nel mondo del lavoro. Una borsa di studio gli consente di iniziare presso un grande fabbro: il cav. Umberto Rutili da Marina Palmense. Poi l’apprendistato e l’assunzione a tempo indeterminato per 12 anni. È lì, in quel laboratorio che impara a trattare il ferro in modo artistico. Costruisce lampioni, letti, portoni, ringhiere, lampadari, inventa ricci e foglie. Una vera e propria scuola.

Quindi, la voglia di far da sé, di camminare con i suoi piedi, meglio: con le sua mani e i suoi attrezzi. Così, a maggio del 2017, apre la bottega poco sotto il convento dei frati Cappuccini. Quando mi reco da lui, sta ultimando un lavoro di cervello e di cuore. Un lavoro simbolo. Si tratta di un tabernacolo che ospiterà l’ostensorio che protegge la Sacra Spina dell’omonima Confraternita. Lo ha disegnato con il gesso sul cartone e poi ha inziato a lavorarci.

Mi mostra il fregio che andra sul davanti. È un intreccio di brevi ferri ritorti che diventano una corona di spine. Incredibile! E sopra: i tre chiodi della Passione, a ventaglio. Un’opera d’arte, costruita con sapienza, ma ancora di più con amore.

Il tabernacolo doveva essere pronto per Natale. La Soprintendenza di Ancona ha chiesto però che le cerniere fossero coperte e nascoste. Fatto! A metà gennaio la consegna nella chiesa di Santa Lucia a Fermo.

Dove sta la bellezza del tuo lavoro? «Sono soddisfatto quando riesco a costruire un riccio perfetto, senza sbavature».

I suoi clienti? Aziende e privati. Più i secondi che le prime. E arriva la battuta: «Mi danno lavoro i ladri…». Nel senso che sempre più spesso realizza inferriate a protezione di finestre e porte. Anche queste però sono artistiche: «I richiedenti le vogliono camuffate». Lui ci lavora come fossero arredi. Mentre mi parla dell’arte funeraria e dei cancelli realizzati per le cappelline private nei cimitei, mi indica gli strumenti da lavoro. Oltre a forgia, incudini e martelli, annovera seghe a nastro, saldature diverse, torni.

Matteo lavora mediamente dieci ore al giorno. Impegno duro ma di soddisfazione, anche economica. E quando non lavora? Tira di scherma medievale con l’Associazione Le orme del tempo Compagnia dei Morlacchi.

Dun dun dun, il martello torna a picchiare sull’incudine…

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì, 3 gennaio 2019

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