Artigiani Veri. Sarto e filosofo. E’ Spartaco Sabbatini

Grottazzolina, via Cavour, civico 65. Una palazzina a due piani. Al piano terra una stanza quadrata, con fiori e rampicanti, una gabbia di canarini e gli attrezzi del mestiere: grosse forbici, ferro da stiro, due solide macchine per cucire, un bancone anni Trenta, e poi manichini vestiti di impeccabili cappotti e giacche da uomo.

È il regno di Spartaco Sabbatini, sarto provetto e uomo originale. «Sono un sarto anomalo» mi dice al primo approccio. Un sarto che non avrebbe mai amato il suo lavoro. Difficile crederlo. Però sto al suo ragionamento. «Avrei voluto studiare, invece mi hanno mandato ad imparare il mestiere». A dodici anni, Spartaco diviene apprendista presso la rinomata ditta Buschi, sotto il signor Venanzo. «S’imparava con gli occhi. Si lavorava duro, Quando tornavo a casa era buio ed io correvo nell’ultimo tratto perché avevo paura».

Oggi il sig. Spartaco di anni ne ha 82. Sguardo arguto, parlare forbito, come avesse studiato all’università. È un grande divoratore di libri. In sette mesi ne ha letti 25. Ora sta ripassando la storia con gli scritti di Indro Montanelli. Dalla sua fedele radio riceve le informazioni necessarie e le commenta con spiccata capacità critica. È convinto che gli italiani s’impegnino poco. Fa digressioni sulla vita.

Appunto sul blocchetto la parola «filosofo». Non se ne accorge. Dopo qualche istante, tra il serio e il faceto, mi dice che la gente lo considera un po’ filosofo… così come dicono sia un famoso sarto.

Ormai ago filo forbici e stoffe non le usa più, eccetto che per i suoi famigliari.

Alla domanda quale sia il capo meglio riuscito, risponde che ogni capo ha qualcosa di diverso. Fa un esempio: «Prendi tre giacche! Le taglio tutte allo stesso modo. E pure ognuna avrà quel non so che di diverso, una impronta di me». Artigiano e artista, dunque.

Nella cura dei dettagli è quasi maniacale. Spicca una giacca a scacchetti me la mette sotto gli occhi e me ne fa vedere tanti di dettagli invisibili: dal combaciare delle righe orizzontali e verticali alla precisione geometrica dell’allacciatura del taschino interno. Non rivelo di più: è la sua ricetta!

Da giovane, voleva andare in Argentina per raggiungere il fratello Tommaso. È rimasto a casa, invece ad accudire i genitori e guadagnare il pane per i suoi. Vita semplice ma onorata.

«Quando mi sono messo in proprio, nel ’57 dopo aver seguito un corso di taglio a Roma, a Grottazzolina eravamo 13 sarti. Come sopravvivere? Dando più degli altri, cercando di fare meglio, dormendo poco, lavorando tanto».

Gli chiedo se gli piaccia il vestire di oggi. Risponde di no, specie per quello delle donne. Lui ne ha realizzati tanti di tailleur, gonne, giacche per signora. Ma è come se il buon gusto fosse scemato, sia in campo femminile che maschile. E così anche la voglia di cucire per loro.

Mi racconta che «di là», probabilmente in uno sgabuzzino, ha stivato parecchie pezze di lana che lascia… ai tarli.

Filosofo, dicevo. Il sig. Spartaco è abituato a «pensare ad alta voce, perché cerco confronti, con il silenzio non ci si intende». Riconosce che i suoi pensieri non collimano mai con quelli del pensiero unico.

Il valore più grande? «La libertà! Anche il Padreterno parla di essa. Ho cercato di non essere mai un numero, ma una persona responsabile. Grazie a Dio il lavoro non è mai mancato. Così non ho dovuto mai chiedere nulla».

Sarto filosofo e un po’ anarchico. Mi piace.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì, 10 gennaio 2019

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