Gente di Campo. L’elisir chiamato vino cotto. E il suo produttore Massimo

Circola una foto: il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Gian Marco Centinaio tiene in mano una bottiglia. È il vino cotto dell’Azienda agricola Massimo Germani. La foto è vera, come lo è l’apprezzamento del ministro per la Casa vinicola di Lapedona. Massimo Germani ne è soddisfatto. Ha puntato molto sul vino cotto che ha ottenuto nel 2008 dal municipio di Lapedona la De.Co, la denominazione comunale.

Incontro Massimo in un giorno di grande freddo. Abitazione, cantina, sala di degustazione si trovano in un unico edificio di color giallo acceso, sul crinale ventoso che, poco prima di arrivare a Lapedona, conduce a Torre di Palme.

Massimo Germani

L’azienda agricola viene da lontano: da suo padre Ivo che coltivava grano e altri cereali. Mentre la produzione del vino cotto, che non era permessa sino ad una quindicina di anni fa, era preparato in casa per esigenze familiari da suo nonno Nino.

Massimo, sulle prime, ha fatto l’ imprenditore nel ramo calzaturiero: aveva avviato una tranceria. Poi, i segnali di crisi del comparto e l’amore per la campagna gli hanno mutato l’esistenza.

Nel 2002 ha rilevato l’azienda agricola paterna spingendo l’acceleratore sull’impianto delle viti, del frutteto e di un piccolo oliveto.

Gli ettari destinati al frutteto sono sette. Albicocche e pesche sono i prodotti maggiori. Per selezionarli, lavorarli e confezionarli ha tirato su un capannone in Valdaso da dove la frutta parte per la grande distribuzione, tra cui il gruppo Gabrielli.

Il lavoro è stagionale. Gli altri mesi sono destinati al vino. Nei quattro ettari di viti che si stendono al sole e al clima di mare lungo le colline (tre ettari) e lungo la piana (uno), maturano le uve Passerina, Pecorino, Trebbiano, Montepulciano e Sangiovese.

I vini bianchi vengono conferiti alle cantine sociali. Su quelli rossi, specie per il Montepulciano, Massimo Germani sta facendo un intervento alta qualità: sarà un rosso in purezza che punta ad un target medio-alto, con poche ma selezionatissime bottiglie.

Tornando al vino cotto, che è il suo orgoglio, il prodotto sta penetrando nel mercato romano delle enoteche e della ristorazione. Va forte anche in Inghilterra, Germania e Francia. L’azienda ne produce 20 mila bottiglie l’anno.

Mentre parliamo nella sala degustazioni, che è linda e caratteristica, Massimo tira giù dall’espositore due bottiglie con etichette diverse. La prima è Origini-Riserva 8, la seconda è Trionfo di Bacco- Riserva 15.

Il Trionfo ha un formato bottiglia molto gradevole.

Sul tavolo c’è una vecchia anfora. È quella che mamma Ida portava piena di verderame, collocata in equilibrio sulla testa, a suo marito che, armato di pompa, irrorava le viti. Di lato, tra le botti, c’è un tornio dei primi del Novecento.

Scendiamo in un altro locale. È quello dove il vino fermenta, decanta e invecchia. Passiamo in un’altra stanza lungo le cui pareti insistono le caldaie in rame con il fuoco sotto, per la produzione del vino cotto.

Tra i progetti per i prossimi mesi c’è quello di aprire un punto vendita a San Benedetto del Tronto.

Che dire? In alto i calici! E: meditate con il vino cotto!

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Venerdì, 11 gennaio 2019

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