Minori… per modo di dire. Matilde Galletti e la poesia visuale

«Leggendo, dovremmo prestare attenzione ai particolari, e coccolarli». La frase è di Vladimir Nabokov, scrittore, saggista e poeta russo naturalizzato statunitense. Ma è anche la bussola che guida il lavoro di Matilde Galletti. Quanto meno è lo spunto da cui le è sorta l’idea della mostra di Silvia Mariotti allestita a Palazzo Falconi di Fermo: una serie di fotografie inserite in un contesto di quadri e arredi nei suggestivi ambienti del nobile edificio. L’iniziativa è la prima del progetto Playroom cui Matilde ed altri suoi colleghi tengono molto. Altre mostre verranno, sempre in luoghi particolari e con artisti particolari.

Ma vediamo chi è Matilde Galletti. Quarant’anni ancora da compiere, sposata con l’artista Mario Airò, due figlie: Caterina e Ada, nata a Porto San Giorgio dove ha fatto ritorno da qualche tempo, ha studiato al liceo classico Annibal Caro di Fermo, per poi trasferirsi all’università di Perugia, dove s’è laureata. Successivamente s’è iscritta alla Scuola senese di Specializzazione in Storia dell’Arte diretta da Enrico Crispolti. Terminati gli studi, diventata storico dell’arte, Matilde Galletti ha lavorato presso diverse e importanti istituzioni, come l’archivio del pittore perugino, futurista, Gerardo Dottori. Da tener presente che nel novembre del 1999 «la Soprintendenza Archivistica dell’Umbria ha dichiarato tale archivio di notevole interesse storico e, in quella data, ha preso corpo il progetto del suo riordinamento ed inventariazione». La sua instancabile voglia di conoscere e di fare porta Matilde a collaborare con associazioni che si rifanno all’Arte pubblica, tra le quali il Collettivo Donne e la torinese a.titolo.

Attualmente insegna storia dell’arte contemporanea presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. La sua specializzazione è la poesia visuale, la connessione, il rapporto, mi spiega, tra la parola e l’immagine. Approfondisco per conto mio e rintraccio una definizione secondo cui la poesia visuale «è un fenomeno artistico che dagli anni Cinquanta si è sviluppato nel clima rovente della neo-avanguardia europea. Storicamente, fa parte di quella complessa rivisitazione dell’arte, che proprio in quegli anni ha reso “attuale” l’avanguardia storica».

La storica dell’arte Matilde Galletti

Una montagna dunque di esperienze che l’ha portata alla prima puntata di Playroom.

Chiedo maggiori spiegazioni. «Il progetto scaturisce dal desiderio di avvicinarsi all’arte contemporanea con un approccio di tipo confidenziale, “familiare”, se essa, infatti, è un prodotto del nostro tempo perché continuare a sentirla sempre così lontana? Perché parlarne solo all’interno di ambiti ad essa preposti?» E, allora, si spalanchino le porte e si entri in ogni luogo curioso e suggestivo, in luoghi familiari ed anche giocosi!

Quando Matilde non insegna o non lavora o ha qualche minuto per sé, si dedica alla lettura. Mi confessa che all’università non vedeva l’ora di superare un esame per poi godersi un paio di settimane da dedicare ai libri.

È amante della letteratura anglo-americana. Tra gli autori preferito c’è Jennifer Egan.

Non manca la dimensione cinema. In questi giorni sta cercando l’ultimo film di Cuaron, Roma. E così torniamo al discorso iniziale dei dettagli…

L’appassionano anche le lunghe passeggiate. Le domando se in montagna. Risponde perentoria: il mare, solo il mare, quello che sta guardando dalla finestra della sua abitazione sangiorgese. Perché? «Perché l’anima qui si espande».

La dimensione domestica l’attrae. «Io sono spesso in giro. Ho un vita frenetica. Quando posso mi chiudo in casa, tranquilla». E così spazia e progetta.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 12 gennaio 2019

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