Cammino la Terra di Marca. Il nuovo ospedale? Perché non chiamarlo Tiracorda?

Conoscete Alteta: il borgo antico che ha il centro storico deserto, più nessun abitante; e che ha la piazza a ferro di cavallo. Vi si accede dalla porta medievale, oggi puntellata. Di fronte, la grande chiesa parrocchiale e poco di lato il Palazzo Tiracorda, secolo XVII.

L’avrete sicuramente visitata, anche perché un manipolo di persone vi ha organizzato l’estate scorsa una cena sotto le stelle, e un altro ha promosso una riuscita castagnata.

La piazza di Alteta dove sorge Palazzo Tiracorda

Ora, c’è un terzo gruppo in via di costituzione. Lo sta mettendo insieme un generale dell’esercito in pensione: Anselmo Donnari. Il militare ha una passione per la storia locale e ha iniziato uno studio accurato intorno alla vita e alle opere di un medico tanto bravo quanto dimenticato: Giovanni Tiracorda. Di quei Tiracorda proprietari del palazzo di cui sopra.

Giovanni Tiracorda vive nel XVII secolo e diventa, scrive Donnari nella rivista Il Cenacolo Marchigiano rivolta ai marchigiani di Roma, «primario presso l’Ospedale Santo Spirito in Sassia (adiacente al Vaticano) … e rinomato archiatra pontificio per oltre un trentennio…». Le sue spoglie riposano nella «Chiesa dei Marchigiani, ove si venera – è sempre Donnari a parlare – la Virgo Lauretana». Tiracorda era profondamente legato alla «Confraternita della Santa Casa di Loreto», come si chiamava in precedenza il Pio Sodalizio dei Piceni.

Secondo la ricostruzione del nostro generale, il Tiracorda era di aspetto gioviale e un po’ grassottello. Per lo meno «così lo raffigura Pier Leone Ghezzi (opera tuttora conservata nella biblioteca Vaticana)». Ma c’è un elemento in più. Tiracorda fu il maestro di Giovanni Maria Lancisi che nel 1676 divenne suo assistente, superando poi il maestro. A Lancisi è dedicato il Presidio Monospecialistico di alta specializzazione, all’interno dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona. Il Lancisi è famosissimo come polo cardiologico marchigiano.

Tornando ad Anselmo Donnari, il nostro generale, interpellando idealmente il genius loci (l’anima dei luoghi: in questo caso Alteta), ha fatto due più due. Se Tiracorda, oltre che medico dei Papi, fu «primario dell’Archispedale di Santo Spirito in Sassia, che verrà considerato il più importante luogo di ricerca scientifica in ambito medico» e se il suo allievo ha avuto intitolato un importante ospedale, perché altrettanto non può accadere con il maestro?

Ma quale ospedale? E qui entra in gioco un altro gruppo di persone. In questo caso si tratta di medici che, contattati da Donnari, sarebbero disposti a chiedere l’intitolazione al Tiracorda del futuro nosocomio di Campiglione di Fermo.

La proposta non è peregrina. Non lo è per l’importanza del medico seicentesco. E non lo è soprattutto per una necessaria visione unitaria del fermano. Mi spiego. Nella seconda metà del Trecento, Fermo era la città più grande di tutta la Marca e la seconda dello Stato pontificio, ma lo era in quanto unita ai suoi 60 castelli. Probabilmente lo stesso concetto espresso qualche decennio fa dall’on. Adriano Ciaffi quando parlava di città-territorio: unità pur nelle distinzioni. E nelle loro valorizzazioni. Come Tiracorda. Come un borgo che varrebbe allora quanto una città. Esemplare.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 27 gennaio 2019

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