Cammino la Terra di Marca. Templari a Petritoli?

Il 18 marzo del 1314 Parigi era tenebrosa. Sull’isola dei Giudei furono alzati due roghi. Le fiamme divorarono Geoffrey de Charnay, precettore di Normandia dei Poveri Cavalieri di Cristo, e il loro Gran maestro Jacques de Molay. Il re di Francia Filippo il bello poteva ora metter mano sulle loro ingenti ricchezze. I Cavalieri Templari sfuggiti alla persecuzione entrarono nei diversi ordini: nei Calatrava in Spagna, nei Teutonici di Prussia. Nell’Italia centrale furono accolti dai misteriosi Cavalieri del Tau. Più tardi – nel 1700 – i Cavalieri Templari ricompaiono collegati alla Massoneria. Storia e leggenda si fondono. L’attrazione resta forte, anche se a volte ammantata di leggenda nera.

Giorni fa, camminando per Petritoli, superati gli ottocenteschi Tre archi costruiti dove sorgeva l’antica porta Petrania e arrivato sino alla suggestiva torre quadrata in basso, ottagonale nel mezzo e cilindrica alla fine, ho raggiunto Palazzo Vitali incontrandomi con l’ultimo della schiatta dei proprietari, Luigi. E lui mi ha raccontato una storia di cui non ha documenti ma immagini. Racconto suggestivo, a volte incredibile.

Palazzo Vitali

Alcuni Cavalieri Templari sfuggiti agli aguzzini, giunti nelle Marche trovarono casa proprio a Petritoli e proprio nel Palazzo dei Vitali, che poi di palazzi ne erano due. L’altro è quello in stile veneziano, oggi non più della famiglia. Per meglio dire, furono i Poveri Cavalieri di Cristo a erigere il castello trasformato nei secoli successivi in civili abitazioni. Il sig. Luigi mi conduce in un salottino dal soffitto affrescato, pieno di neri candelabri a quattro, tre e due braccia. Si ferma al centro della stanza e mi indica una specie di mosaico a terra. «È il punto di condensazione delle energie».

Guardo. Sulle prime non capisco. Poi, mi si fa chiara l’immagine di una rosa con i petali inscritti nella Stella di David.

Il mio anfitrione dichiara: «Ci troviamo nel salottino massonico-templare».

Il mix è formidabile: la Stella di David che richiama la Cabala ebraica, la Rosa che fa pensare ai Cavalieri Rosa-Croce, la Massoneria con il suo grado iniziatico di Templare.

Vitali si accorge forse del mio scetticismo. C’è bisogno di una prova in più. La prima è orale: «Il mio bisnonno Filippo Vitali era un massone». La seconda è concreta. Scendiamo nelle cantine. A metà strada: un mezzanino. Al centro di una porta, campeggia la Stella e la Rosa. Il vano è strettissimo, una sedia, un inginocchiatoio, una grata. Giusto per un templare inginocchiato dinanzi ad un altarino o orecchiante le voci proveniente dal basso, dal luogo delle riunioni che è una sorta di grotta più lunga che larga. Chiedo se la grotta sia stato un tempio massonico. La riposta è incerta. La mia curiosità si fa pungente. Meglio visitare altre stanze, come il Museo-Pinacoteca con le misure del grano, i ventagli di famiglia, le antiche macchine per cucire, i cilindri in ceramica con la voce di Caruso, la carrozza e la culla settecentesche, il mandolino, e i quadri della pittrice Sharon Kantor, moglie del sig. Luigi.

Torna il primo racconto, che è incredibile, come dicevo. Ma anche quello sul mostro di Loch Ness lo è. Eppure, c’è fascino. E attrazione.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 3 febbraio 2019

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