Cammino la Terra di Marca. Palazzi fiori e giardini a Montefiore dell’Aso

«Tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco». Ripeto la frase di Gustav Mahler mentre affronto le curve che dalla Valdaso portano a Montefiore dell’Aso. Ho lasciato alle spalle l’azienda vinicola Centanni. Su La Stampa di maggio scorso Paolo Massobrio celebrò il suo Pecorino.

C’è un sentiero sulla destra. Posteggio l’auto e procedo. La campagna è bagnata. Tre chilometri e sono in paese.

Al Belvedere un gruppo di anziani gode un pre annuncio di primavera. Si spazia sull’infinito. Poco distante un tavolo apparecchiato con frutta deposta al centro. Mosaico stupendo opera di Lina Damiani del Gruppo Mosaicisti di Ravenna. Le pieghe rendono vera la tovaglia. Altro che tovagliette individualiste. Ricordo le parole di Guareschi: «C’era una volta la tovaglia ed era la bianca, nitida piazzetta nella quale si radunavano le mani di tutta la famiglia, e su di essa – esaurite dal breve volo – si posavano planando dolcemente a foglia morta, le parole più importanti di tutta la giornata».

Dando le spalle ai Sibillini, scorgo la chiesa di San Filippo dove sono conservate le ceneri del pittore Domenico Cantatore. Accanto, campeggia, triste, la scritta: ospedale, che non c’è più.

Un pugno di monache domenicane abitano il vicino monastero del Corpus Domini. Sulla piazzetta, incombe un motto del Ventennio. La sbianchettatura vuol dimenticare una storia.

«Vieni di notte, quando la nebbia bagna il selciato» mi dice l’amico Archimede, sensibile fotografo dagli occhi di bambino.

Prima di penetrare la porta Aspromonte, mi fermo a guardare la bottega Sandro Cianni. Mi piacciono i suoi dipinti. Scorgo i resti della chiesa dei santi Vitale e Giovanni all’inizio dell’ex strada delle Piagge. Ne prendo un’altra di strada, richiamato dalla scritta Leoni su una porta… Sicuramente attraggono le antiche case dei Notai Egidio e Giacomo Rossi. Mi impressiona la quantità di nobili palazzi come quello dei De Scrilli.

Superati una gattara privata dove due signore parlano di cibo, e il mini campetto di basket con una parete di murales, procedendo per un vicolo impedito alle auto dalla sua ristrettezza, raggiungo l’imponente Pinnova, parte sottostante la grande chiesa collegiata. Pinnova? Mi spiegano: è Porta Nuova.

La chiesa di San Francesco conserva la tomba del pittore Adolfo De Carolis. Oggi è chiusa. Il portale incastona una grande conchiglia che richiama passanti e pellegrini. L’annesso convento è ora attivo e bellissimo Polo museale. Il Polittico di Carlo Crivelli è lì. L’Art Studio Bert invita i turisti a suonare per un incontro d’arte. Un giardinetto con balconcino seicentesco (?) richiama il visitatore. Non è l’unico. Un altro è suggestivo, con tanto di ninfeo ed elementi cinquecenteschi. L’ottocentesca Collegiata mi piace meno. Preferisco la storia del confinante palazzo, già ex convento, ex palazzo dei priori, ed ex ospedale dal nome significativo: La Fraternità.

Arrivo al torrione del Cassero eretto sulla rocca del ghibellino Mercenario da Monteverde.

Cinque i colli su cui si distende il paese: Menalo, Baraffio, Castello, Vittorino, Aspromonte. Quest’ultimo il più noto per l’aspra battaglia – raccontano – tra Carlo Magno e i saraceni di Almonte…

Gioielli.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 24 febbraio 2019

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