Artigiani Veri. Il gigante e l’artigiano

Lorenzo Ceccarelli, 30 anni, fermano, occhi azzurri, capelli e barba ricci. Un gigante di due metri. Dallo sguardo buono. Una particolarità: ama il legno massello più di se stesso. Una vera e propria passione scoppiata sei anni fa.

E grazie alla televisione. Era una serata come tante. Lorenzo è davanti alla tv. Gira il telecomando. Non trova nulla di bello… No! Non è vero: qualcosa di bello c’è. Si tratta di un documentario sul Trentino. Tratta di montagna, di boschi, di alberi, di scultura. Sì: di scultura. La scultura: quel lavoro certosino di piccolo-grande intarsio, quando il legno diventa qualcosa di diverso da sé. È come una folgorazione. Qualcosa che lo chiama. Irresistibilmente. Così inizia a chiedere. Inizia a consultare internet.

Esiste una rinomata Scuola di artigianato. Si trova a Viterbo. Prende contatti. Si iscrive. Va. Ed è svolta nella sua vita. Doveva essere l’avvocato la sua professione (ha frequentato giurisprudenza). Sarà l’artigiano il suo mestiere.

Lorenzo Ceccarelli, artigiano del legno

A Viterbo frequenta periodicamente per un totale di quasi trenta giorni. Segue i corsi di tornitura e di falegnameria tradizionale. Teoria e soprattutto pratica. Costruisce diversi oggetti tra cui un banco da falegname modello Roubo. Oggi il bancone, basato sul progetto del falegname ed autore francese vissuto nel 1700: André Jacob Roubo, si trova nella sua casa di Fermo.

Per una coincidenza non casuale la Scuola viterbese è diretta dal maestro Giacomo Malaspina, originario di Porto San Giorgio, e capo-redattore della rivista Legno-Lab. Esperienza decisiva. Come decisiva è stata la frequentazione di un altro grande maestro artigiano: il sambenedettese Salvatore Leurini, titolare di una bottega storica, «che mi ha accolto – spiega Lorenzo – come uno di famiglia».

Lorenzo ha un linguaggio ricercato e una profonda cultura. Me ne rendo conto quando mi spiega, riportando le parole del suo maestro-mentore Leurini, cosa intenda per restauro: «Il restauro è allontanare thanatos (in greco: la morte), per ridare bios (la vita), esaltando eros (l’amore)».

Ma cosa lo attrae del legno? «Mi attrae la vita che c’è. Il legno è materia viva. Io lavoro con una materia vivente». E poi mi spiega che occorre saperne molto di un pezzo di legno, specie l’età. Un legno fresco è soggetto a incrinature, «più è stagionato, invece, e meno si muove».

Gli chiedo cosa voglia dire essere artigiano. «È far parte di una storia».

Gli domando degli amici. «Sono contenti della mia scelta. Certo: un po’ gli manca il Lorenzo di prima».

Mi informo sul pensiero della sua fidanzata Sara Marcovaldi. «Mi appoggia completamente». Per Sara ha costruito un modello ridotto della cabina telefonica resa famosa dalla serie televisiva Dr Who.

Nei suoi discorsi entra molte volte il Padreterno. D’altronde, il primo artigiano-creatore è stato proprio lui, e suo figlio fu ebanista…

A casa, Lorenzo possiede i piccoli attrezzi necessari alla falegnameria, il banco di cui si diceva sopra, e un tornio di fabbricazione tedesca.

La tradizione dei tornitori, mi spiega, è stata molto forte in Italia, poi ha avuto tre decenni di declino, ma oggi riprende.

Come a voler supportare il suo dire mi mostra la foto di una vaso in legno di ciliegio che ha lavorato e tornito di recente. È un’opera d’arte. L’ha donata al suo maestro. Il suo maestro l’ha apprezzata. E Lorenzo ne va fiero perché si considera un ragazzo di bottega che ha appena iniziato a percorre la lunga strada del mestiere.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì 28 febbraio 2019

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