Minori… per modo di dire. L’umiltà di fra Marcellino

È domenica 3 marzo: carnevale, carri, maschere, sfilata.

Padre Umberto il giorno prima è preoccupato: quanta gente potrà venire?

Ne arriva tanta il giorno dopo. La chiesa del convento dei Cappuccini di Fermo è gremita, gremita la cappella e gli altari laterali. Le persone sono anche fuori. Concerto della corale, recita del rosario, santa messa

L’arcivescovo Rocco Pennacchio si sofferma sull’umiltà, quella di fra Marcellino da Capradosso che i confratelli hanno voluto festeggiare a 100 anni dalla morte. È di lui che voglio parlare.

Fra Marcellino, si chiamava Giovanni Maoloni. Era nato a Villa Sambuco di Castel di Lama il 22 settembre 1873. Figlio di mezzadri, li aveva seguiti.

in un piccolo podere a Capradosso, alle pendici del monte dell’Ascensione. Preghiera e lavoro scandivano la sua giornata. Poi, la scelta religiosa, il fascino avvertito per i seguaci di san Francesco, e la partenza, a 29 anni, per entrare dai Cappuccini di Ascoli Piceno. Una scelta non facile: perché occorreva mantenere gli impegni in campagna con il padrone. La famiglia rischiava la terribile disdetta se ci fossero state meno braccia maschili. Giovanni si affida alla Provvidenza.

Dopo un anno di noviziato a Fossombrone, Giovanni, diventato fra Marcellino, viene trasferito nel convento di Fermo. È il 28 maggio del 1903. Ad accoglierlo, una comunità numerosa: oltre ai confratelli, ci sono gli studenti di teologia e i vari docenti. In lui risalta subito l’umiltà e lo spirito di servizio.

Nessun lavoro gli è pesante, mai un lamento: sia che zappi l’orto, che stia in cucina, che soffra il freddo in portineria o che assista i malati da infermiere. Fra Marcellino si distingue soprattutto nell’ufficio di questuante. Nel convento di Fermo sono conservate le sue borse, la sua gerla.

Gira il territorio a piedi, bussa alle porte, chiedendo elemosine per sostenere il convento. Per sostenere, specie, i giovani studenti di teologia, che incoraggiava a perseverare nella loro vocazione. E un giorno capita che chiedano proprio a lui di parlare a quei giovani delle realtà spirituali e divine. Ne scaturisce una lezione di teologia talmente ricca e profonda che stupisce allievi e maestri. È l’intelligenza del cuore.

Quando è in giro per questua, con i sandali, a piedi nudi, nessuna famiglia gli chiude la porta in faccia. Sanno bene che quel frate dimesso porta sapienza, dolcezza e parole di incoraggiamento per ognuno. Una vita intensa, vissuta sino in fondo per dare gloria a Dio. Aggredito dalla malattia contratta nell’assistere un confratello ammalato di tubercolosi, viene operato di peritonite tubercolare. Al momento dell’anestesia stringe in mano un piccolo crocifisso, e ai medici increduli dice: «Questo mi basta!».

La sua esistenza terrena ha fine il 26 febbraio 1909. Subito dopo la sua morte, e sino ai nostri giorni, si verificano molte grazie ottenute per sua intercessione. Nel 1948, a Fermo, viene istituito il processo diocesano, in vista della Beatificazione, per la sua vita straordinariamente santa. L’iter termina nel 1956. Gli atti vengono trasferiti a Roma, presso la Sacra Congregazione per le Cause dei Santi. Siamo ai giorni nostri: L’8 novembre 2017, con decreto firmato da Papa Francesco, la stessa Congregazione, riconoscendo l’eroicità delle sue virtù teologali, lo proclama Venerabile.

Ora si attende il miracolo perché possa diventare ufficialmente Beato. Un umile beato.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 9 marzo 2019

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