Cammino la Terra di Marca. Tra ruzzole e ville di campagna, lungo la strada per Rapagnano

La camminata di oggi andrebbe fatta di sabato pomeriggio o di domenica mattina. Perché in quei giorni, e in quelle ore, si può ancora incontrare un gioco popolare: la ruzzola. C’è gente che continua a praticarlo. Occhio, quindi, a schivare rotelle legnose di qualche chilo che serpeggiano tra le curve e si velocizzano sulla piana. Assomigliano a forme di pecorino. Un tempo si usava proprio quel formaggio.

Lascio l’auto all’imbocco de la Castelletta. La zona è quella dell’Osteria di Rapagnano. Osteria de la fico, si diceva. La seconda parte è scomparsa dalla segnaletica stradale. Comunque, l’osteria esisteva e accoglieva, sfamava e dissetava pellegrini e viandanti.

Mentre mi accingo ad affrontare la salita, ecco sulla sinistra il mini castello di Ivo circondato da un folto boschetto. Con il proprietario giocavamo a pallone sulla strada ricca solo di brecciolino. Men che adolescente, ripeteva che si sarebbe costruito un castello. Fatto.

Continuo. Un filare di cipressi e due colonne che sorreggono il cancello aprono ad una villa di campagna. Intorno, le moderne costruzioni non straziano il paesaggio come altrove è capitato.

Più sopra il castelletto, avvolto nel verde, un ampio e originale edificio, probabilmente di fine settecento e probabilmente abitazione campagnola di proprietari terrieri. L’aspetto resta nobile.

Vigne sulla sinistra. Più avanti c’è Cantina Lumavite.

La chiesa di santa Colomba

Una serie di querce faceva da sponda alla strada. Ne rimangono poche. Ai piedi di una c’è appoggiata una sedia. Sono in contrada Santa Colomba. Di fronte resiste una casa colonica vecchio stile: stalla a piano terra trasformata ora in ben altro, e cucina e camere al piano primo.

Sosto. C’è un anziano seduta sull’aia, che pulisce frutta e verdura. Lo saluto. Mi saluta. Si alza. È un po’ claudicante. Viene verso di me. Parliamo. Ne ha voglia. Ne ho voglia. Si sta bene. C’è il sole. Mi racconta di una decina di operazioni chirurgiche subite. E poi mi dice del suo lavoro quando ancora era in piene forze e attività: produttore e venditore ambulante di orto-frutta. Camioncino, paesetti di montagna, freddo d’inverno, caldo d’estate, duro impegno. Una pausa e si lascia andare a un aneddoto di quella volta quando, in montagna, nell’Ascolano, aveva stracaricato l’auto con quintali e quintali di castagne. Talmente tante che la macchina s’era quasi impennata. Tutto bene sino all’incontro con una pattuglia di carabinieri. Che furono clementi e consigliarono il percorso verso casa su strade alternative e poco frequentate.

Saluto e riprendo. La chiesa di campagna si chiama Santa Colomba come la contrada. I sacerdoti la officiano soltanto nell’ultima domenica di maggio, a conclusione della recita quotidiana del rosario. Appartiene a una confraternita di Rapagnano che possedeva anche il cascinale retrostante ora divenuto villa.

Ancora un paio di chilometri e arrivo al bivio: sulla destra Rapagnano, a sinistra, salendo, si raggiunge l’imbocco per Cerreto. Se vi capita di recarvici in occasione di Santa Dorotea assisterete a scene d’altri tempi: chiesa gremita, banda che suona, panini per tutti. Comunità. Di quelle che sviluppano l’economia morale, per dirla alla Giulio Sapelli.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino,Domenica, 10 marzo 2019

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