Artigiani Veri. Questioni di… paglia e di intrecci

La signora Egle ha 73 anni. La signora Lidia di anni ne ha 79. Le ho incontrate lunedì scorso nello stand di Tipicità, al Fermo-Forum, allestito dal comune di Montappone. Vestivano gli abiti tradizionali delle nostre contrade a fine Ottocento: gonna lunga colorata, grembiule, coprispalle.

Ripetevano un gesto che era stato lavoro manuale sino agli anni Settanta-Ottanta dello scorso secolo. Stavano intrecciando i fili di paglia del grano. Mosse abili, veloci, quasi ritmate. Mi sono fermato, attratto, a chiedere.

Quel tipo di intreccio – chiamiamolo: domestico – ha consentito lo sviluppo economico dei paesi facenti parte il distretto del cappello: Montappone, Massa Fermana, Falerone, Monte Vidon Corrado e, per certi versi, anche Servigliano.

Le nostre campagne producevano il grano Jervicella. Un grano particolare, con un fusto molto alto. Da quel fusto si ricavava – e si ricava, perché lo Jervicella è stato re-impiantato – le cannucce per sorbire le bibite (oggi usiamo quelle di plastica!), e i fili di paglia per la realizzazione di alcuni prodotti. Quali, me li spiega Lidia. «I fili intrecciati a mano diventavano trecce e le trecce diventavano borse, cesti, sottovasi, cappelli e culle». Aggiungerei: recipienti per panni da lavare e per giochi da stipare.

Prodotti che raggiungevano anche gli Stati Uniti.

Il lavoro manuale si sommava all’uso dei nuovi strumenti, in un rapporto ancora paritario. Nel 1925, Ezio Sebastiani, scrivendo delle industrie delle Marche, annotava: «La lavorazione della treccia e dei cappelli di paglia ha raggiunto la perfezione dopo che alla mano d’opera consueta si sono aggiunti moderni macchinari, per cui si è molto avvantaggiata la qualità della produzione. I comuni di Falerone, di Massa Fermana, di Montappone e di Monte Vidon Corrado lanciano attualmente sui mercati di consumo (anche della Bulgaria, della Turchia, dell’America e dell’Asia Minore) circa un milione e mezzo di cappelli».

Mentre raccontano, le due signore continuano a muovere le dita. «I fili – spiega Egle – possono essere sette o 13, da incrociare e sovrapporre». Sembra un lavoro non facile. Loro lo hanno appreso da mamme e nonne, quando «si lavorava riuniti nella stalla o nelle cucine più grandi. A me viene in mente un gioco che andava di moda anni fa, specie tra le ragazzine: lo scooby doo, un intreccio con fili di plastica… La plastica stava conquistando il mondo.

Ma anche la Cina lo stava facendo. Perché, nei primi anni Sessanta, l’intreccio con la paglia iniziava a perdere terreno a favore della treccia già bella e pronta proveniente dal Celeste Impero.

«I cappelli hanno resistito di più», dice Lidia. Il resto è stato realizzato con la base del prodotto già confezionato in Estremo Oriente.

Questo ha provocato la perdita di molta manualità. Ma le nostre signore non sono reperti di un mondo che fu. C’è movimento. Da qualche mese, nella scuola media di Montappone, sono state inserite ore di lezione che riguardano esplicitamente l’intreccio della paglia. Così, Egle e Lidia, che pensavano di partecipare solo a momenti folcloristici, si sono ritrovate all’improvviso a fare da insegnanti. E la cosa più soddisfacente è che hanno ragazzine attente e volenterose di imparare un’arte antica.

Ad ascoltarle con attenzione, oggi, ci sono un agente della polizia municipale (donna) e una standista. Chissà che nei prossimi giorni non inizino anch’esse l’intreccio?

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì, 14 marzo 2019

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