Artigiani Veri. Il ferro di Roberto e il grazie agli “Artigianelli”

L’insegna dice: Fabbro. Manca: Ferraio, ma la comunicazione è precisa.

Imbocco la viuzza sulla piana, in contrada Fonte Murata, traversa della Faleriense. Terra di Monte Urano.

Chiedo a una signora che s’affaccia dal balcone di casa avendo sentito l’auto. Mi indica la bottega dietro all’edificio, immersa tra il verde degli ulivi e l’orto domestico. Mi aspetto – chissà perché – un uomo anziano, burbero e con la barba arricciata. Trovo un 37 enne, alto e simpatico. È Roberto Papiri. Ha studiato presso il Centro Artigianelli di Fermo, «ai tempi di don Albino, ex pugile», spiega.

Roberto Papiri all’opera

Una scuola più pratica che teorica, che lo ha formato bene, così come ha fatto per tanti altri ragazzi all’origine del nostro sviluppo metalmeccanico. Poi, Roberto, finiti i corsi, ha aperto l’attività. Non esattamente quella di fabbro ferraio. Sulle prime, s’è dedicato agli stampi a controllo numerico. Poi, nel 2011, è passato decisamente al ferro e agli altri metalli. Non subito da solo. Agli inizi ha avuto un socio. Ora invece è fabbro in proprio.

Entro in bottega e mi sembra di penetrare un laboratorio clinico, quasi una sala operatoria tanta è la pulizia e l’ordine. Da non credere.

Il lavoro manuale, ed anche artistico, gli è stato trasmesso da suo padre. Il sig. Valentino Papiri è stato assistente di laboratorio presso l’ITI Montani di Fermo. Ma non s’occupava di ferro. La sua specialità era il legno.

La passione per i lavori con il ferro Roberto l’ha sviluppata frequentando la bottega/laboratorio di un fabbro dirimpettaio: Emilio. Roberto era piccolo e vedeva l’altro con martelli, tenaglie, fuoco. Gli è rimasto impresso.

Gli chiedo cosa gli piaccia fare di più. La riposta è decisa: «Arredamento d’interni». Che significa: banconi per bar e negozi in genere, tavoli, sedie, scaffali. In questo momento sta proprio lavorando intorno ad un bancone coricato sul grande tavolo centrale. Gli piace meno realizzare cancelli. Non è che non li faccia. «Però sono pesanti» dice, con il sorriso in bocca. Non hai aiutanti? Non li ha. Vennero due ragazzi a guardare e imparare. «Però erano più dediti al cellulare che ad ascoltarmi e guardarmi», precisa.

Nella sala operatoria, che è un quasi quadrato, non certo grande, sono distribuiti due saldatrici, una sega per tagliare il ferro e gli altri materiali, due trapani a colonna, due saldatrici a filo e una ad elettrodi.

Cerco la fucina, nemmeno mi trovassi nell’antro di Vulcano.

«Ce l’avevo, l’avevo appena costruita con le mia mani». Gliel’hanno rubata.

Il lavoro non manca. Anzi, non si reclamizza, giusto l’insegna all’imbocco della strada, perché da solo non riuscirebbe a star dietro a tante nuove commesse, specie a quelle «oggi per domani». E di questo si lagna: «vengono clienti che pretendono il lavoro immediato». Mi fa capire che non funziona proprio così nell’artigianato, l’artigianato ha bisogno di tempo.

Però, l’idea di allargarsi ce l’ha in mente. Ha, dietro a casa, un rettangolo di terreno dove costruire un laboratorio più ampio.

Quando lo farà? «Quando lo Stato finirà di soffocarci con le tasse».

Roberto è sposato con Erika. Ha un figlio di nome Leonardo, cinque anni.

Gli faresti fare il fabbro? «Certamente». E frequenta la bottega? «Certamente. Però…». Però Leonardo quando scende dal padre, tocca di qua tocca di là, si sporca. E la signora Erika non è proprio entusiasta di pulirlo e di lavarlo in continuazione.

Chissà col tempo…

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì, 21 marzo 2019

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