Gente di Campo. Agricoltura urbana e sociale. Risposte ai Signori del Cibo

Luigi Recchi è un allevatore-agricoltore di Petritoli. I suoi prosciutti, ciabuscoli e salami sono apprezzatissimi.

Al dibattito sul film Soyalism, al cinema Italia di Macerata, giovedì 14 marzo, c’era anche lui. Quando gli ho chiesto se allevasse maiali con la soia, ha risposto deciso: «I miei li cresco con il favino» che è una leguminosa. Un pasto che più naturale non si può.

Il giorno successivo, Luigi avrebbe aperto il suo laboratorio ad un gruppo di studenti inglesi pronti a collaborare alla realizzazione di salsicce e altri insaccati.

Luigi dice anche di più. Racconta del suo rapporto con gli animali, che chiama per nome, che guarda negli occhi, che fa crescere bene e in libertà sino all’ultimo momento.

Da sx: il rettore Adornato, la prof.ssa Lattanzi, il giornalista Liberti e il prof. Cavicchi

La serata è particolare. Al dibattito partecipa il giornalista e documentarista Stefano Liberti. Ha girato un anno per USA, Cina, Brasile, Africa e, ovviamente Italia, per ricostruire le filiere internazionali di quattro prodotti: carne di suino, soia, concentrato di pomodoro e tonno. I risultati sono incredibili. Il tonno giallo che mangiamo ci arriva dall’oceano Pacifico, quello rosso che peschiamo nei nostri mari lo si esporta in Giappone. La passata di pomodoro arriva dalla Cina, sbarca nel Salernitano, e riprende la strada dell’Africa dove i piccoli produttori di pomodoro ghanesi sono allo stremo. Le produzioni di soia stanno diventando la mono-coltura di ampie zone del mondo, specie del Brasile, specie del Mato Grosso. La soia serve soprattutto ad ingrassare i maiali cinesi allevati in modi discutibili (a volte con i denti spaccati perché non aggrediscano il vicino stante la ristrettezza dei box). La carne di maiale cinese arriva sui nostri mercati sbaragliando la concorrenza. Il costo bassissimo è il risultato di aiuti di stato che cercano di tenere a freno un’area della Cina sempre in ebollizione, e di sfruttamento della manodopera. Nel caso dei pomodori, sono i bambini i più esposti.

Il tutto nella mani di cinque multinazionali. Sono loro I Signori del cibo, titolo del libro presentato nello stesso giorno del film nell’auditorium dell’Università, alla presenza dell’autore. Il rettore Francesco Adornato, già docente di Diritto agrario, e i docenti Pamela Lattanzi e Alessio Cavicchi, hanno approfondito il tema alla presenza di universitari e studenti di agraria.

Il rettore ha parlato di un cibo ormai inteso solo come merce, di un rapporto con la terra «puramente estrattivo», di «aziende locusta» che depredano il suolo, e di fondi d’investimento e banche d’affari che sostengono i signori del cibo.

Come intervenire? Con regole del commercio globali – ha spiegato Adornato -, con una cultura nuova, e una didattica universitaria combinata e trasversale che consenta la distintività dei prodotti.

Il rettore auspica il ritorno a rapporti più stretti con i territori ancora ricchi di valori. C’è anche necessità di coniugare al plurale il termine agricoltura. Meglio parlare di agricolture, per mercati plurali. Biodiversità.

Due spunti ancora: un ritorno all’agricoltura urbana, come si concepiva nel Medio Evo, e un’accelerazione sull’agricoltura sociale.

Se lo stato sociale sta arretrando, se l’entroterra soffre – ha sottolineato il rettore – l’imprenditore agricolo può costruire percorsi nuovi e complementari alla sua attività primaria.

In campo agricolo e produttivo, il sud delle Marche sta meglio rispetto ad altre aree. Ma va difeso. E conosciuto.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino,Venerdì, 22 marzo 2019

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