Cammino la Terra di Marca. La voce della Cattedrale e i racconti del Girfalco

Le pietre parlano. Hanno un’anima. Lo vedrete. Lo ascolterete.

Andate di sera sul colle Sabulo, in quel luogo: Fermo/Fir, imprendibile. Immaginate un castello, le torri, la rocca: ultimo baluardo di difesa e tirannia. Luogo alto, sopra altre colline.

Guardate la Cattedrale. Imponente e silenziosa! È viva. Segno dell’infinito incardinato nella terra. Supponete che una figura eterea si stacchi ora dal bianco della pietra d’Istria, vi venga incontro, e dica: «Io sono la voce della Cattedrale, di quella che fu Santa Maria in Castello. Ma vengo da più lontano, dalla terra che fu colonia dei Romani, già viva prima dei Cesari. Io vidi nascere la fede in Cristo. Vidi Alessandro, il primo vescovo. Vidi settanta fedeli cadere sotto i supplizi di Decio. Quelle spoglie riposano tra queste mura».

La voce della Cattedrale si fa più flebile. E voi ammirate il Duomo pieni di maggior coscienza. E vi sembra di vedere un giovane di altri tempi salire la torre che domina la Terra di Marca. Respira il fumo di un incendio. Di quelle fiamme che nel 1176 Cristiano di Magonza appiccò alla chiesa e ai palazzi del Girfalco. Morte e distruzione. Ma anche resurrezione, qualche anno dopo.

Sotto la torre, nel museo della diocesi, un manto parla di tragedia e d’ amicizia. È la Casula di Thomas Becket. Lo uccisero i sicari del re d’Inghilterra. Correva l’anno 1170. Sua madre volle che il manto fosse spedito a Presbitero, vescovo di Fermo, già compagno di studi di Tommaso a Bologna. Manto prezioso per arte, storia, fede. Amicizia.

Sale la torre, il giovane, incrociando un volto che non c’è. Luigi Antonini: il campanaro, ospitò nel Duomo 70 bambini senza famiglia. Un gran cuore nel cuore della Chiesa madre. Storia piccola, storia immensa.

In cima, il nostro scruta il mare. E gli sembra di scorgere 40 galee solcare il Golfo di Venezia, scortando la reggia galleggiante: il Bucintoro, pronto ad imbarcare i nuovi doge già podestà di Fermo.

È lo stesso mare che vedeva giungere dal nord l’ambra che i grandi artigiani di Belmonte Piceno rendevano gioielli.

E vedrebbe le scorrerie del Ricamatore, cristiano fattosi islamico e comandante della guerra di corsa.

È tempo di entrare in chiesa, quasi pellegrinaggio verso l’Assunta. È Lei a prenderci per mano e guidarci, sin dalla cuspide della facciata. È bambina, nella tela di Nicola Monti; è trafitta dalla spada, nella pala di Alessandro Ricci; è Immacolata, in quella di Filippo Ricci.

E siamo all’altare centrale, dove dietro, di Gioacchino Varlé, si slancia l’imponente rilievo dell’Assunta che ascende.

La Donna del fiat eleva il suo sguardo al cielo, con la mano sinistra a cogliere l’invisibile mano del Signore, e con la destra a protezione e invito per tutte le genti. Di tutte le razze.

Il Colle Sabulo, da sabbia o da mons Sabii, aspetta, per raccontare altre storie: dell’Acropoli, dei Piceni, degli Sforza, delle Signorie, e del Palio che ogni anno viene portato dalla Cavalcata dell’Assunta sino in Cattedrale: processione il 14 agosto, gara di cavalli il giorno successivo.

Il Duomo si staglia come presenza certa. 58 comuni lo vedono. 58 comunità lo hanno come riferimento.

Chiesa madre, dedicata alla Madre della Chiesa.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino,Domenica, 24 marzo 2019

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