Gente di Campo. “Le lobbies ci uccidono”

Fermo. Lungo Ete, zona di Contrada Camera, a pochi metri dall’incrocio con la strada Pompeiana. Giampiero Marinozzi, 58 anni, fermano, è alla guida di un pick up. Non sull’asfalto. Transita sui campi. Sta già lavorando. Sono le 8,30 e lui è lì da parecchio.

Massiccio, occhi azzurri, mani forti, qualche dito coperto da cerotti, la tuta sopra la felpa: è molto umido. Gambali verdi e alti di caucciù. «Li indosso sempre» mi dice tra il serio e lo scherzoso.

Giampiero e suo fratello Massimo sono i titolari dell’omonima azienda agricola. In parte eredità del padre Antonio.

Giampiero Marinozzi

50 ettari di proprietà, 30 in affitto. I campi dei Marinozzi producono insalata, finocchi, radicchio, piselli, crauti e tanto altro ancora. Non manca il girasole e soprattutto il fieno.

I clienti di Giampiero e Massimo sono i preparatori, quelli che acquistano l’ortaggio, lo preparano e lo vendono, in questo caso, alla Coop. Tra i clienti c’è anche la Ambruosi e Viscardi, azienda elpidiense specializzata soprattutto nella quarta gamma: verdura fresca ma tagliata. Insalate e verdure buone, genuine e fresche, – come recita la presentazione – pronte in 24 ore dalla raccolta: lavate e confezionate secondo elevati standard qualitativi.

Tutto bene allora? Tutto roseo? Mica tanto. E qui Giampiero si appassiona.

Perché c’è una ingiustizia di fondo. «Perché burocrazia e lobbies ci stanno uccidendo». E mi spiega, contento di poter mandare dal nostro giornale un messaggio alle istituzioni. L’esempio è molto esplicativo. «Tempo fa, riuscivamo a vendere un finocchio a 18 centesimo. Ora, per poter lavorare, dobbiamo metterlo sul mercato a 16 centesimi. Il prezzo ci viene imposto. Prendere o lasciare». Ma quei sedici centesimi, non tengono conto del lavoro, del rispetto delle normative, degli adeguamenti necessari per le attrezzature. Quei sedici centesimi sono imposti: punto e basta.

Dunque, mentre le catene comminano i prezzi al ribasso, magari tramite algoritmi, la burocrazia chiede sempre maggiori controlli (l’analisi continua delle acque, ad esempio), sempre più adeguamenti nei mezzi usati, il rispetto severissimo dei contratti con i dipendenti. «Il che – spiega Giampiero – è giusto: dobbiamo garantire i nostri collaboratori e dobbiamo garantire qualità del prodotto al cliente finale. Ma un margine per noi deve pur esserci». Lui non lo dice ma io penso al latte dei pastori sardi. Anche in quel caso: prezzi al ribasso e costi al rialzo.

C’è ancora di più. Mentre i nostri agricoltori ce la mettono tutta per rispettare le normative, qualora poi il prezzo del prodotto – prezzo a volte fatto solo per sopravvivere – non sia quello imposto dall’acquirente, quest’ultimo importa dall’estero dove le norme sulla qualità risultano discutibili, per usare un eufemismo.

Altro punto dolens: l’etichettatura. Giampiero ammette che si siano fatti passi avanti, ma chiede un effettivo riscontro sulla provenienza e sulla qualità delle merci. E chiede pure una pena severa per chi infrange le leggi.

Ultimo appunto: bloccare le lobbies. Che sono il cancro delle piccole e medie aziende agricole italiane.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino,Venerdì, 29 marzo 2019

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