Cammino la Terra di Marca. Sulle tracce di Bianca Maria Visconti

Un pugno di nuovi amici milanesi! Hanno saputo che Fermo è bellissima. Sono arrivati in una tarda mattinata di venerdì piena di sole. All’ora nona li conduco in un cammino che neppure immaginavano. Attraente per il percorso. Evocante per una storia che collega due terre.

È lo stesso giorno e la stessa ora – cambia solo il mese – di quando la loro Bianca Maria venne nella nostra città.

Bianca Maria non è un’amica comune, è Bianca Maria Visconti, sposa di Francesco, madre di Galeazzo Maria, futuro duca di Milano. È l’anno 1442, mese di giugno.

Ecco l’aggancio, l’evocazione. Ecco l’impastarsi di due storie: Fermo-Milano.

Porta San Giuliano. Arriviamo lì. Perché lei arrivò lì. Noi siamo un drappello. Loro furono un corteo. Noi siamo attempati. Lei e le sue ancelle giovanissime. Bianca Maria aveva 17 anni, bionda, tendente al florido. Vestivano di verde, cavalcavano cavalli bianchi. Dico ai miei amici di immaginare un popolo festoso, le più alte cariche cittadine e i rappresentanti dei castelli che facevano parte dello stato di Fermo. Il saluto è reverente. Le trombe squillano. Francesco è statuario, ha 40 anni, è un forte capitano. Attende la sua sposa. Le va incontro. Forse, un bacio. Poi la colonna si forma, colorata, e inizia l’ascesa. Immaginiamo che i cavalli siano lasciati agli stallieri e l’incedere è a piedi, a passo lento e solenne.

Anche noi siamo a piedi e saliamo. La strada è quella dentro le mura. Ci lasciamo i merli ghibellini alle spalle. Cento metri e la porzione del Girfalco, dove insisteva la Rocca, si fa incombente. Ricca di vegetazione oggi, ricca di torrioni allora. Più sotto, l’imponente monastero delle Clarisse. Non esisteva a quel tempo. Lo costruirono nel 1505. Esisteva invece la Badia farfense: la chiesa di San Pietro in Penna.

Il loro corteo avanza, il nostro gruppo procede. Ci lasciamo alle spalle l’immaginaria porta di Santa Lucia: loro la videro. Davanti, abbiamo la chiesa di Sant’Agostino, oggi è chiusa per il sisma. In quel secolo in piena funzione religiosa. Forse Francesco, nemico ed amico dei Veneti, sussurrò alla sua sposa che Ranieri Zeno, podestà di Fermo poi doge della Serenissima, aveva contribuito a quell’edificazione. La Sacra spina era lì, in una cappella interna, vicina alle case dei Domini da Monteverde.

Non c’è tempo. Noi entriamo come loro entrarono nella piazza dell’Olmo. C’era la pianta ai tempi di Bianca Maria. Resta solo la chiesa di San Zenone per noi.

Ci inerpichiamo. La via porta oggi il nome della futura duchessa. Ora la Rocca è su di noi, e su di lei. Vicinissima. I tamburi rullano e le bandiere sventolano. Bianca Maria si avvicina. S’inerpica per la strada del teatro antico… noi facciamo ugualmente. Il suo corteo gira intorno alla cattedrale, noi siamo impossibilitati: la strada è sparita. L’attende l’ultima porta, quella del Sole, quella in cima al Girfalco. La transita. È arrivata. Siamo arrivati.

L’attendono nelle stanze del castello messe a nuovo da suo cognato Alessandro. Noi posssiamo solo immaginarle. Lei le visse solo sposa per due anni, per altri due come anche madre. Poi l’abbandono della Rocca e il ritorno a Milano.

Ripartono anche gli amici. Una storia bella e vera.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 31 marzo 2019

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