Minori… per modo di dire. Le monache chiedono aiuto

Il primo a salutarmi è Bobbi, un cane che scodinzola nel prato verde.

Suor Noemi mi viene incontro, ha il velo bianco e sta lavorando forse tra i fiori. Non è ancora monaca. È in cammino per la professione. I benedettini pongono da sempre un lungo discernimento. La Regula di san Benedetto, padre dell’Europa, è chiara: «Ecco la legge sotto la quale vuoi militare; se puoi osservarla, entra; se non puoi, va’ pure via liberamente». Libertà, serietà, impegno. Ho raggiunto le monache benedettine in campagna. Su una bassa collina sorge un casale ad un piano. Vivono lì dai giorni del terremoto. Il loro grande monastero di Santa Maria delle Rose, nel centro di Sant’Angelo in Pontano, è lesionato. Lo hanno dovuto abbandonare. Con esso hanno abbandonato chiesa, refettorio, biblioteca, camere, foresteria, e la sala con gli antichi telai. Ci si impegnavano, avevano addirittura aperto una scuola per insegnarne la tessitura.

Il casale di campagna dove vivono le monache

Accanto all’edificio che le ospita sono stati posizionati tre container. Entro. Mi siedo con suor Sion e suor Giuditta, allegrissime. I container servono per le lezioni alle novizie e per l’ospitalità dei forestieri. L’accoglienza benedettina è proverbiale. Il nuovo arrivato è tamquam Christus, e come Cristo non puoi lasciarlo alla porta.

L’età della comunità si aggira sui 30 anni. L’unica eccezione è la madre badessa. Suor Elisabetta di anni ne ha 80. Lucida e attiva.

Il lavoro quotidiano

Il monastero è rigoglioso. Ma nel 1994 rischiava di chiudere. Restavano solo sette monache anziane. Poi, l’arrivo di una ragazza. Poi, l’arrivo di altre ragazze. E la ripresa, il rilancio. Nel 2013 la comunità toccava 38 monache, giovanissime. E molto istruite. Ci sono ingegneri, avvocati, dirigenti d’azienda, antropologhe, musiciste, guardie forestali, design di moda…

Non solo rilanciato, ma dal monastero di Sant’Angelo in Pontano le monache sono sciamate in Olanda vicino Amsterdam, a Ostuni, a Barletta. Hanno contribuito alla ripresa dell’abbazia di San Vincenzo al Volturno. E di questi tempi un gruppo di sette è pronto a partire per Cagli.

Suor Sion, alta un metro e ottanta, sorridente e felice, è laureata in management delle aziende turistiche; suor Giuditta è maestra d’asilo.

Pregano sette volte al giorno, ascoltano in silenzio durante il pasto la lettura sacra, si occupano delle pecore, delle galline, dell’orto. D’altronde, sono le discendenti di coloro che, nel momento del buio, «portarono la croce, il libro e l’aratro». Ora lege et labora.

Conosco altre sorelle. Scopro che suor Giale suona il flauto dolce, che suor Federica e suor Sion sono esperte in quello traverso, che suor Giuditta e suor Letizia amano la chitarra, che la postulante Maria Luce è brava con l’organo. L’orchestra di Dio.

La casa di campagna è stretta per la comunità. Non hanno una stanza dove ricoverare gli antichi telai attaccati dai tarli, non hanno una dispensa capiente dove conservare i prodotti della terra, non hanno locali per altre ragazze in attesa di provare la Regula, manca una foresteria vera, manca una chiesa vera.

Nella lunga attesa che inizino i lavori nel monastero in paese, vorrebbero sistemare meglio il fabbricato rurale. Per questo hanno chiesto aiuto, una sottoscrizione. «Non vi chiediamo grandi sacrifici, vi chiediamo una piccola offerta che sommata a quella di tanti altri fratelli sparsi nel mondo ci possa aiutare a vivere una vita più dignitosa e svolgere al meglio la nostra missione, certe che il Signore esaudirà le vostre preghiere e vi ricompenserà con il centuplo ora e nella Vita Eterna!»

E così le nostre monache, antiche e modernissime, hanno attivato una raccolta in internet attraverso gofundme.

San Benedetto avrebbe compreso.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino,Sabato, 6 aprile 2019

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