Civile Società. Dal disastro di Chernobyl ad oggi: le famiglie che accolgono

26 aprile 1986. Ucraina, Chernobyl. La più grave esplosione nucleare della storia. Morti. Feriti. E contaminati, specie tra i bambini. Come aiutarli?

In Italia ci fu mobilitazione. Non tanto istituzionale, ma di gente che aprì spontaneamente le proprie case. Nel Fermano se ne videro parecchi, la più parte biondi, slavati. Terrei. I «bambini di Chernobyl» furono portati in spiaggia, a Porto San Giorgio, a Lido di Fermo, a Porto Sant’Elpidio. Condotti in montagna, sui Sibillini. Fatti mangiare più che bene. Tranquillizzati, come meglio si poteva. Rivestiti. Fatti giocare. Per diverse estati fu così. Risposero la famiglia del medico ospedaliero e quella del gestore di ristorante, quella dell’operaio calzaturiero e quella del piccolo imprenditore edile. Nacque spontaneamente una rete di solidarietà, una risposta tutta civile. Le chiamarono Famiglie per l’accoglienza. Lo furono allora. Lo sono ancora oggi. Nel Fermano se ne conoscono una quindicina (nelle regione un centinaio), dislocate a Fermo, Porto San Giorgio, Montegranaro, Monte Giberto, Moresco. Il riferimento è l’ing. Massimo Valentini, fratello di don Vando, missionario da decenni in Brasile. I bambini di Chernobyl da aiutare oggi non ci sono più. Ma ci sono le famiglie che hanno avuto in affido bambini, li hanno adottati, oppure hanno figli con handicap o, ancora, hanno in casa anziani bisognosi di tutto. Ecco, allora, il reciproco sostenersi, spalleggiarsi. Ridarsi le ragioni di un impegno, superare le fatiche di una non lieve responsabilità.

Spiega Valentini: «Famiglie per l’Accoglienza ha come propria mission le attività di formazione e di accompagnamento permanente delle famiglie accoglienti, adottive o affidatarie». Dunque, il primo obiettivo è dare man forte e rimotivare sempre la scelta di una famiglia che ha accolto. Valentini mi indica un libro fondamentale in quella esperienza. Si intitola Il Miracolo dell’ospitalità. Lo ha scritto un quasi santo. don Luigi Giussani. Ne riporto un passaggio: «L’accoglienza e la condivisione sono l’unica modalità di un rapporto umanamente degno perché solo in esse la persona è esattamente persona, vale a dire rapporto con l’Infinito…». Scritto decenni fa, sembra un forte messaggio per l’oggi.

Tra qualche giorno le Famiglie per l’accoglienza delle Marche torneranno ad incontrarsi a Loreto. «Sono momenti belli, – spiega l’ing. Valentini – non si parla mai di massimi sistemi, si entra nella carne dei problemi, nello specifico. Sono incontri di auto-mutuo-aiuto. Il nostro metodo è la testimonianza e il confronto». Se la strada per ottenere, specie, l’adozione, è lunga e non semplice, quella successiva della convivenza può riservare pesantezze. «Abbiamo bisogno – mi spiega un padre di una ragazzina adottata – di ricordarci il motivo del nostro gesto, di ricapirlo sino in fondo. E non possiamo farcela da soli».

Nel pesarese sono nate case-accoglienza per rispondere agli affidi immediati del tribunale.

«Lavoriamo molto con i Servizi sociali, e vogliamo sviluppare questo rapporto. – racconta Valentini – Ma non siamo una contenitore dove mettere qualcosa, ma un tessuto umano capace di sviluppare una nuova cultura dell’accoglienza».

«L’associazione – leggo in un documento che mi passa Valentini – vive per l’amicizia che in tempi e modi diversi alcune famiglie hanno iniziato tra loro. Per questo è più di un’associazione, è una compagnia in cammino».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Mercoledì, 24 aprile 2019

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