Cammino la Terra di Marca. I gioielli di Loro Piceno: arte, architettura paesaggio e… vino cotto

«Dio ci ha dato in aggiunta il corpo perché la nostra anima ci abiti volentieri». Lo scriveva nove secoli fa Hildegarda di Bingen. La Sibilla del Reno, consulente di Federico Barbarossa, non fece mancare aspre critiche al suo imperatore dopo le enormi violenze (anche Fermo ne fu coinvolta) perpetrate in Italia nel 1176.

La frase mi torna mentre visito per l’ennesima volta il convento francescano di Monte Stalio. Credo che oltre al corpo, anche i luoghi sono importanti perché le anime li vivano volentieri.

Il castello di Loro Piceno

Ho lasciato l’auto di fronte alla fontanella. Scendo a piedi lo stradone e prendo a destra. Direzione Loro Piceno, sei chilometri. È asfalto, ma traffico non ce n’è.

Loro Piceno fu legata a Fermo. Ed oggi lo è rimasta per l’arcidiocesi che ricalca, grosso modo, l’antico stato fermano.

Non finisco mai di stupirmi guardando la campagna. Sotto Montappone si srotolano colline e piccole valli incantevoli.

Metà dei chilometri è in discesa. Poi ponticello e curve, e si sale. Sulla destra una strana insegna: Bagnere. Trovo la spiegazione in un libro che mi darà più tardi il sindaco Ilenia Catalini, unica presenza nel municipio chiuso. Bagnere, contrada dove sorgeva un complesso termale di epoca romana. Acqua particolare. E dall’acqua salutare al vino cotto, perché Loro ne è tra i più famosi produttori. Qualità eccellente. Ma è prima mattina ed è bene astenersi dal boccale.

Il parco curatissimo

Un’ora di camminata e sono davanti a Porta Pia. Realizzata nel 1847, fu intitolata a Pio IX, papa regnante, a quel tempo acclamato per il prossimo Risorgimento, successivamente avversato perché credeva in uno stato federato e non nell’espansione sabauda. La Porta sorge a poca distanza da quella – oggi sparita – dedicata a san Benedetto. I monaci benedettini furono presenza importante. Sia quelli di Farfa sia quelli di Fiastra.

il chiostro del convento di San Francesco

Prendo per la via principale. Gioielli gioielli gioielli: Palazzo Agostini, Palazzo Marchesini, Arco dell’antico Monte Frumentario e, poco più avanti, l’imponente chiesa di Santa Maria di Piazza, farfense appunto, con un affresco sul fianco che guarda il municipio, e numerose opere d’arte restaurate al suo interno. Una meridiana invita: Finché abbiamo tempo, operiamo il bene verso tutti.

Il sindaco Ilenia Catalini

Salgo verso il Girone. Il parco verde che c’è davanti è ampio, accogliente e ben tenuto. Il Castello dei Brunforte spicca orgoglioso. Brunforte era una località che diede nome ad una famiglia dei Domini contadini di usanze longobarde. Il Castello divenne nel 1600 monastero del Corpus Domini delle monache Domenicane. Clausura stretta per tre secoli. Rimaste poche, le discendenti sono volate altrove. Resta la cucina, altro gioiello da visitare. La vidi vent’anni fa accompagnato dalla madre superiora. Tavoli e scranni lignei del XVII secolo, e pentole e arredi in rame e vetro. Tutto stupendo.

Giro rapido: chiesa di San Giorgio e chiesa di San Francesco. Quest’ultima enorme, con un chiostro affrescato anche se malandato. Si respira bellezza, si vive nella bellezza. Il terremoto ha fatto danni. Ma la ricchezza è l’eredità dei nostri padri antichi.

Torno sui miei passi. L’incrocio è segnalato da una botticella di rovere. Di vino cotto lì non ce n’è. Ma nel mio boccale ora sì. Alla salute!

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino,Domenica, 28 aprile 2019

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