Minori… per modo di dire. Samanta, ovvero la voglia di vivere

Giugno 2017. Un accampamento di 30 persone a circa 5000 metri. Ultima base prima della vetta del Kilimangiaro. A mezzanotte si parte per l’attacco finale.

«Tu, è meglio di no. È già un successo che sia arrivata qui. Meglio non rischiare». Chi parla è il capo-spedizione: alpinista ma soprattutto medico e pneumologo (ha operato Niki Lauda). Samanta Ciurluini, fermana di Capodarco, rimane zitta un attimo, poi sbotta: «Proprio perché sono arrivata qui, ora non posso mollare». E non molla. Parte invece con il primo gruppo e arriva dopo quasi otto ore in cima. Ce l’ha fatta.

Sembrerebbe un’impresa sportiva affrontata da una sportiva caparbia. E lo è. Ma non è solo questo. Perché Samanta è una trapiantata. A Vienna le hanno messo due polmoni donati da una giovane austriaca.Quelli di Samanta non funzionavano. Ora respira nuovamente. Ed è tornata a vivere e a praticare lo sport. I trenta della spedizione non sono persone comuni: venti sono medici e infermieri, dieci sono trapiantati come lei. Quella è stata una spedizione scientifica e sportiva insieme. Scientifica: per verificare l’impatto sugli operati; sportiva: perché il Kilimangiaro sarà la prossima e ambita meta degli appassionati di montagna.

L’esperimento riesce. Dall’Africa, subito dopo Samanta s’è trasferita a Malaga per partecipare ai Mondiali di atletica e pallavolo, lei fa parte della Nazionale di pallavolo trapiantati e di quella di Capodarco che milita in serie D. Accadeva nel 2017.

Il programma del 2019 è ancora più fitto. Ad agosto, Samanta sarà protagonista degli eventi sportivi di Newcastle, cittadina universitaria inglese, e subito dopo, a settembre, affronterà, sempre con una spedizione di trapiantati, la catena montuosa dell’Alto Atlante nel Marocco centrale. Non basta. Terminata la scalata, passerà cinque giorni nel deserto del Sahara. Sempre per la scienza, sempre per lo sport.

La incontro presso il Caffé Belli di Fermo. È alta, magra, occhi guizzanti. Voglia di vivere e di non mollare mai.

Mi racconta la sua storia. Nata a Capodarco, si è diplomata ragioniera a Fermo, ha studiato economia bancaria all’università di Macerata, è stata donatrice AVIS, e ha lo sport nel sangue: pallavolo, beach volley, corsa, calcetto, giavellotto, disco, peso. Tutto bene fino a quando, giocando con la squadra di pallavolo di Morrovalle in serie C inizia ad avvertire un affanno: un respiro che non è più normale, una fatica al petto. È la primavera del 2005. Samanta si dà una spiegazione: forse è il cambiamento stagionale. Con l’estate dovrà affrontare il campionato di beach. Ma quell’affanno invece di diminuire cresce. Le è faticoso anche salire le scale di casa. Così non va. Occorre il medico. Quello di famiglia capisce che il problema è serio e la spedisce all’ospedale Murri di Fermo dove le riscontrano una micro embolia polmonare e soprattutto un ipertensione polmonare, malattia rara e grave. Il dr Domenico Ciliberti la spedisce a Bologna dal prof. Galié. Diagnosi confermata: ipertensione polmonare. Inizia il calvario. Niente più sport? Niente più vita? Samanta non si rassegna. Riesce, non si sa bene come, a farsi prendere dalla Civitanovese pallavolo. Un mese dopo dell’ingaggio, un incidente al ginocchio la costringe a fermarsi. È una indiretta fortuna. Perché i polmoni vanno sempre peggio, la malattia si fa sempre più acuta. I farmaci – tra l’altro rari a quel tempo – non risolvono. Occorre un trapianto. Si mette in lista. Passa un anno. Niente da fare. Sceglie di andare fuori d’Italia. C’è una possibilità a Vienna. Non se lo fa dire due volte. Parte, si ricovera, viene operata. Ora ha in petto due polmoni nuovi e tanta voglia di andare avanti.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 27 aprile 2019

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