Minori… per modo di dire. Il Piceno di Giacomo. Professione e passione

Fierezza, orgoglio, professionalità. Giacomo Recchioni ha 30 anni. Vive a Marina Palmense. È antropologo. Di quelli studiosi che scrutano, approfondiscono, scavano negli angoli più bui di una civiltà, di una cultura, di un popolo. Le pieghe nascoste, gli piacciono. E gli piace ridare spessore e giusto merito a chi, per troppo tempo, è stato dimenticato e sottovalutato. I Piceni, stavolta. Il Popolo, la civiltà, la loro cultura. «Casa mia» dice oggi.

Dopo il liceo classico Paolo VI di Fermo, Giacomo è andato a Bologna, all’università. A studiare storia. A studiare antropologia. E se la più parte dei colleghi, a quel tempo, ricercava l’Africa, lui no. Ha preferito essere controcorrente. Ha voluto affrontare la propria storia, quella della propria terra. Così sono nate le ricerche, la frequentazione di biblioteche, la lettura di libri, la visita di musei e centri studi. Sino alla laurea, con la tesi su Palma. Tra storia e antropologia. Palma: la città perduta, la città ambita.

Giacomo Recchioni

«La regione Toscana ha i suoi studiosi, la regione alpina ha i suoi ricercatori. Perché noi no?». Da questa constatazione, partono gli studi approfonditi di Recchioni che, sempre per l’Alma Mater Studiorum, ha pubblicato, in collettanea, due scritti sulla Storia del Mediterraneo-La marineria picena dall’Ete all’Aso.

Questo suo interesse, ed amore, ha un punto sorgivo. Sono i primi tempi di vita a Bologna. Giacomo frequenta la libreria Feltrinelli. Cerca libri di storia. Gliene capita uno che tratta di Siculi e Liburni, e degli abitatori dell’agro palmense. Palmense, Palma: casa sua. E chi sono i Piceni? Perché la loro civiltà e la loro cultura vengono considerate di serie B?

Scatta qualcosa. Iniziano i pazzi studi. Emerge un mondo, una visione diversa delle cose.

Il nostro antropologo ne diventa il campione. Ne racconta nei convegni, gli ultimi dei quali alle Giornate di Primavera del FAI, a Fermo, e, domenica scorsa, a Torre di Palme per l’Aperitivo con la storia promosso dalla Contrada presieduta da Samuele Bruni.

È una operazione verità: I Piceni furono grandi combattenti, due volte sfidarono Roma, ma non erano dei conquistatori, difendevano il proprio spazio vitale; la loro fu una ribellione al sistema di dominazione romana; la donna aveva un ruolo sociale, politico ed economico che altri popoli si sognavano.

Quando parla del condottiero Vidacilius quasi si commuove: per non farsi prendere dai Romani, che aveva sconfitto in altre battaglie, per non diventare cives, chiese che gli erigessero una pira e lì vi si immolò.

Il 18 maggio, a Grottammare, Recchioni presenterà il suo ultimo e corposo libro (410 pagine, edito da Andrea Livi) dal titolo Pikenoi, «come i greci chiamavano la nostra gente». Un lavoro di alcuni anni che ha trovato sponsorizzazioni nazionali importanti.

Sempre a Grottammare, curerà la mostra che prende il nome dal suo volume.

Un altro ne ha scritto tempo fa: Il Ricamatore. Il corsaro di Fermo. Ancora una volta tratto dalle pieghe di una storia dimenticata, quella del più temuto corsaro d’Adriatico nel 1500.

Giacomo guarda il Piceno dal mare. Lui è un buon navigatore. Lo descrive come «una penisola nella penisola». Per aggiungere poi: «Noi siamo la terra dei venti, quei venti che danno ai nostri vini sapori diversi. E i nostri pescatori di vongole sono i contadini del mare, perché arano il fondo dell’Adriatico». Recchioni sposa la tesi di Mario Polia che definisce i Piceni un popolo dell’aratro e della barca.

Adolfo De Carolis firmava i suoi quadri con un Piceno finale. Non so se Giacomo farà lo stesso nei suoi futuri libri.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino,Sabato, 4 maggio 2019

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