Artigiani Veri. L’arte di Marco Rutili

Pensavo di trovare un’officina, quasi grotta, piena di fuliggine, scura, scomposta. Con un novello Efesto alle prese con il fuoco.

Trovo invece un locale ampio, pulito, ordinato quasi laboratorio di analisi cliniche. E lui: Marco Rutili, 53 anni, in tuta, e con un eloquio da uomo di cultura e con capacità pratiche e creative. Cervello e mani. Mix perfetto.

L’artigiano Marco Rutili

La bottega – la chiamo così perché dà maggior senso di manualità – si trova a Marina Palmense, in via Agro Palmense, sotto un prestigioso autosalone.

Marco sta lavorando intorno ad una porta commissionatagli da una pizzeria di Torre di Palme. In questo momento è il telaio che lo impegna. Mi mostra il bozzetto complessivo. Lo ha disegnato lui così come disegna quelli della gran parte delle commissioni che gli arrivano. Lui cerca di interpretare i gusti del cliente, studia i contesti, fa la proposta e quando c’è l’architetto di mezzo discute l’opera arricchendola delle sue idee.

D’altronde è fabbro-ferraio provetto ma anche diplomato al Liceo artistico e con alcuni anni d’architettura sulle spalle. E poi, la creatività non s’impara a scuola, la si può incrementare, questo sì. Ma uno ce l’ha dentro. Il talento è altro da lauree e master. È dono.

Giro per la bottega. Tre forni dislocati vicini: di cui due a gas e uno a carbone, le incudini con sopra i martelli, la staffatrice che piega il metallo, il maglio pneumatico, i tubi della fiamma ossidrica…

Marco è la terza generazione. La prima fu quella di nonno Amedeo. Era il 1870, i Rutili abitavano a Lapedona, in bottega si fabbricavano soprattutto attrezzi per l’agricoltura. Poi i tre figli di Amedeo si spostarono a Marina Palmense. Aprirono le loro botteghe. E Marco, finito il militare, imparò l’arte da suo padre Armando e da suo zio Umberto.

Scruto il computer. Ci sono alcune sue creazioni. Come i pezzi di araldica per portoni e portali. Come quel portone in ferro battuto, bullonato, senza saldature e con un sistema di isolamento termico e acustico.

Guardo le maniglie artistiche, i ricci realizzati a mano, il gioco degli incastri.

Mi previene: «Il mio è un lavoro nel senso classico del termine addizionato però alla tecnologia». Mi attira una porta stupenda realizzata per un villino Liberty.

Marco ha costruito un Albero della vita dalle profonde radici.

La Tod’s gli ha chiesto per Milano alcuni espositori «in inox lucidato, a specchio». Un’azienda che lavora per il marchio Prada ha voluto da lui una innovativa scala in ferro a blocchi «trattata a cera».

L’ultima sua creatura che vedo in schermo è un unico ambiente che ha realizzato costruendo un soppalco, componenti per la cucina e addirittura un letto girevole.

I clienti? «Vengono un po’ dappertutto: da Ancona a San Benedetto del Tronto, ovviamente anche da Fermo». Diversi sono gli stranieri che hanno preso casa nel nostro territorio.

I suoi pezzi sono finiti anche in riviste specializzate e libri d’arte.

In bottega lavorano in due. Ci sarebbe posto anche per un giovane. Ci sta pensando.

I guadagni? «Oggi si lavora il doppio per guadagnare meno rispetto a dieci anni fa».

Il lavoro manuale gli prende cinque giorni alla settimana. Il sesto e il settimo (e le sere degli altri) se li tiene liberi per inventare e disegnare.

Il metallo più impegnativo? «Il bronzo». Lo ha lavorato per riprodurre l’anellone piceno. Modernità e antichità insieme.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì, 9 aprile 2019

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