Minori per modo di dire. La voglia di Artan

È domenica 5 maggio. Nell’ex chiesa di san Filippo Neri, a Fermo, un incontro chiude una bella mostra su papa Francesco. Il sindaco Paolo Calcinaro risponde a una domanda sulle periferie parlando di quelle urbane e di quelle giovanili. Cita Lido Tre Archi e un giovane. Un caso di rilancio, che gli sta molto a cuore. Superato il ponte a tre archi, la costruzione di fronte non ha più porte e finestre murate per impedirvi traffici loschi. È diventata invece ristorante e pizzeria, con un ampio spazio davanti, da godere in estate, e metratura sufficiente al primo piano da trasformare in camere. In quell’edificio strappato al degrado lavorano due ragazzi. Artan Sharka, di origine albanese, 23 anni, è italiano a tutti gli effetti. È nato a Lushnjne, a tre anni è venuto nel nostro Paese con la famiglia. Lei è Khongorzul, mongola, più giovane di qualche anno del suo fidanzato Artan. Lei se ne sta dietro al bancone del bar o spilla la birra da un originale cubo di muratura; lui gira tra i tavoli, tiene in ordine, sistema gli arredi.

Artan e
Khongorzu

Artan è ragioniere, ha studiato a Porto Sant’Elpidio. Le scuole elementari però le ha frequentate a Lido Tre Archi. «Maestre molto brave – dice – e compagni con cui ho passato una bella infanzia». Sua madre, titolare del ristorante-pizzeria, si chiama Jetmira. È brava in cucina, sia col pesce sia con la carne. L’agnello allo spiedo è una delle sue specialità. D’altronde, non c’è luogo in Albania dove non giri uno spiedo. Il padre si chiama Demir e aiuta la famiglia. È arrivato in Italia nel 1990 dopo la rivoluzione albanese e la caduta del dittatore Enver Halil Hoxha.

La famiglia Sharka ha gestito per anni un bar in via Pietro Nenni, poco distante dal locale odierno. Artan s’è fatto le ossa servendo caffè e paste.

Poi, qualche anno fa, l’opportunità di aprire un luogo di ristoro dove prima c’era solo abbandono. La ristrutturazione è stata completa. Già il colore, tra il rosa e il fucsia, attira chi superi il ponte. L’interno è semplice quanto gradevole. Capace il bancone del bar; girata versi gli avventori la macchina dell’espresso, segno di pulizia; il quadrato della birra delimita il bar dal ristorante. Tavoli e sedie spiccano per il bianco del tovagliame. Ordine e pulizia. L’inaugurazione c’è stata appena quattro mesi fa. E ora si spera nel decollo. A Pasqua tutto esaurito. La buona stagione favorirà sicuramente. Il forno è all’esterno, accanto al vasto piazzale dove già sono stati sistemati alcuni tavoli. Si ballerà? Probabilmente sì.

Non ho rivelato il nome. Il ristorante-pizzeria si chiama Aquila, come la doppia aquila presente in campo rosso nella bandiera d’Albania, o come la stessa Albania definita terra delle aquile.

Artan ha un sorriso aperto, sembra più giovane della sua età. Gli domando se vorrà imparare a far il cuoco. Mi risponde che già sua madre è molto brava, che un aiuto-cuoco lo stanno cercando, e che lui, al momento, in cucina può solo «girare le pizze». Lavorare non gli pesa. Ha fatto la gavetta nel bar di famiglia, quando, nei giorni di festa, i suoi amici andavano a divertirsi, e lui restava nel locale.

Tocco un tema delicato: la fama di Tre Archi. Artan non si sottrae. «Questo locale è un altro passo avanti nel cambiamento. Lido Tre Archi è un luogo particolare, affascinante, dove si respira e s’incontra il mondo intero. La polizia sta facendo molto. L’amministrazione comunale investirà per sistemare gli spazi». Il 23 enne invita a visitare il quartiere. A sconfiggere l’idea del ghetto. E magari anche a pranzare e cenare da lui. Intanto, il 9 giugno la comunità albanese si riunirà per festeggiare presso l’Aquila l’Albania e le sue aquile.

Buon lavoro, ragazzi.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 11 maggio 2019

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