Minori… per modo di dire. Lo scrittore “ghibellino” che restaurava la storia

Ancora ce l’ho negli occhi. E nella mente. Aveva bottega a pochi passi da casa mia, a Montegiorgio, in via Cestoni. Al piano terra di un riattacco alle costole dell’antico convento delle Clarisse. Lui sosteneva che quell’edificio massiccio, quasi fortezza, fosse, in precedenza, la rocca dei Brunforte o dei loro famigliari.

Antonio Scipioni, più conosciuto come Tonino, aveva un sentire ghibellino. Non contrario alla Chiesa, d’altronde due fratelli li aveva nell’ordine agostiniano e in quello domenicano. Contrario al potere temporale, questo sì. E ne parlava spesso, tra i trucioli a terra e l’odore di vernice e di olii. Perché lui era un restauratore provetto e il suo laboratorio era zeppo di mobili antichi tornati nuovi.

Ma la cosa che più mi colpiva erano le frequentazioni. La prima quella del prof. Bandino Zenobi, grande studioso dell’età a cavallo tra Medio Evo e Rinascimento, e delle famiglie nobili di quei tempi. L’ho raccontato un’altra volta: Tonino indossava il grembiule nocciola, non era alto, piuttosto massiccio, aveva gli occhi mobili e un parlare forbito; Zenobi portava spesso, se non sempre, un vistoso quanto elegante papillon. Che ci faceva un professore universitario in un laboratorio di legni pregiati? Prof. e artigiano discutevano. Discutevano di storia, di filosofia, di arte e di musica.

Tonino Scipioni era un uomo dalla grande curiosità e dalla vasta cultura. Non aveva titoli accademici, come invece i suoi dotti fratelli. Ma aveva letto tanto e soprattutto ascoltato tanto. E poteva vantare amicizie importanti come quella ad esempio con il prof. Febo Allevi. Credo che l’amore per i Domini contadini e il ghibellinismo marchigiano del Duecento e Trecento gli fossero derivati da quella frequentazione.

Nato a Montegiorgio il 15 giugno del 1930, Tonino ha coltivato sempre la passione per il restauro. Per lui voleva dire penetrare le pieghe della storia.

Parlo di lui perché ha scritto due libri importanti. Il primo nel 1986, il secondo nel 1990. Sempre calcando il termine Artigiano e sempre spiegando che si trattava di racconti, impressioni, pensieri.

Sono libri densi di storie minime, di personaggi minori che animavano la sua vita di ragazzo e adulto. Ma sono anche le testimonianze di gesta più ampie raccolte dalla voce di vecchi signori che indulgevano a ripensare vicende poco note. Tonino era a bottega sin da ragazzo. In un mobilificio molto «stimato». Lo racconta in alcuni fogli dattiloscritti con la sua Olivetti studio. Fogli ormai ingialliti che la famiglia mi ha consegnato perché non se ne perdesse la memoria.

Se Guareschi l’avesse conosciuto l’avrebbe cooptato al Candido degli anni d’oro.

Giovanissimo, recepiva ogni parola. «Amante dello scrivere, prendevo appunti sulle più importanti chiacchierate: fogli che, con altri di vario contenuto, nel tempo andavano a “gonfiare” capaci cartelle».

Divenuto grande, messosi in proprio, Tonino, dopo aver lasciato pialla, sega, pennello, raschietto, passava le ore serali e le domeniche a rivedere, correggere e anche scartare «parti di quel materiale che, quasi un figlio, mi stava sempre più a cuore». E i suoi racconti sulle cantine, sugli anziani, sul mulino ad acqua, sugli Uffreducci… li leggeva innanzitutto a suo madre Annunziata, che lo spronava.

Un ultimo ricordo: la musica. Fino al termine della sua vita (9 gennaio 2000) Tonino ha amato la lirica, le romanze, le orchestre, la banda di paese. Ancora lo ricordano, preparatissimo, nelle commissioni giudicanti la Borsa di studio per Giovani Cantanti Lirici.

Un uomo a tutto tondo. Probabilmente, laddove si trova oggi avrà imbastito un confronto, tra Febo, Bandino ed altri, sui Domini, croce e delizia della terra nostra.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 1 giugno 2019

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