Artigiani Veri. La pelle di Andrea

Petritoli. Contrada Sant’Antonio. La prima cosa che mi colpisce è la scritta sul davanti dell’abitazione: L’Artigiano dell’Intreccio. È quello che cercavo. Suono. Mi risponde Andrea Ribichini. Entro, nel sottostrada, nel laboratorio, superando un cane, docile, da guardia improbabile. Una foto campeggia sul posto di lavoro di Andrea. È suo padre Giuseppe. Non c’è più da qualche tempo. Ma la presenza è nello sguardo che sembra ancora seguire le mani di suo figlio. Andrea intreccia borse soprattutto,, applica il bambù, quando richiesto, ai manici, lavora il pellame, crea bracciali e cinte. Pensa il modello, lo disegna, realizza la forma in legno, prepara il guscio e inizia l’intreccio.

Detta così sembra cosa facile. Ma non lo è. L’iter, a monte, è complesso. Si inizia con la conceria fornitrice, la si raggiunge, si sceglie il pellame giusto e il colore adeguato, si attende il materiale per una decina di giorni, una volta in casa si tagliano strisce di circa 10 cm., le si raffilano a nove cm., si incollano, si arrotolano, si mandano in Toscana per la plissatura («esiste un’unica macchina capace di plissare, si trova a Castel Fiorentino»), si procede poi ad un ulteriore taglio ed inizia, infine, il lavoro di intreccio. Andrea ha le mani d’oro. E da quelle mani escono borse di alta e altissima gamma. Prezzi? Intorno agli 800-850 euro. In Nord Europa: Scandinavia e Germania, il nostro artigiano va molto bene. L’Italia è un po’ in affanno. Soldi non ce n’è.

La qualità dell’intreccio e del prodotto finito è stata notata da marchi importanti. Lo hanno avvicinato. Ha lavorato anche per loro. Ma «anche» e non solo. Andrea è uno che ci tiene alla propria libertà.

Mi racconta la sua storia. All’IPSIA di Fermo s’era diplomato come tornitore. Tornitore di ferro, capace. Per dieci anni ha fatto l’idraulico. Nel 2008 la crisi ha risuonato il suo primo campanello d’allarme. L’edilizia stava affondando. Meglio tornare a casa, riprendere il lavoro di famiglia.

Suo padre Giuseppe aveva continuato l’intreccio. Andrea lo ha affiancato e poi sostituito. D’altronde, con il pellame aveva sempre avuto a che fare.

Me ne indica il deposito. «Lì giocavo da bambino con le pelli».

Visito la sala espositiva, arredata con gusto: è molto ricca di fogge e molto colorata. C’è Simona, c’è Lucrezia, e Domitilla, Elia, Madi, Jean, Jasmine, Cinzia, Nicol, Celeste, Giulia, Clio. I nomi di donne che ha dato alle sue borse. Le cinte hanno il nome di Licia; i bracciali sono rimasti bracciali, innominati.

«Tra le cose che faccio – mi dice – c’è anche quella di riparare gratuitamente le borse dei clienti anche dopo anni dall’acquisto». Servizio qualità e assistenza.

Leggo la storia di questa famiglia di artigiani. Riguarda suo padre che

«nella prima metà degli anni Cinquanta, si dedicava all’intreccio, dove con pazienza certosina e maestria, creava cesti di vimini. Con il passare del tempo e un mercato in continua espansione, affinò ancora di più la tecnica dell’intreccio e decise di applicarla su pelletteria. Con abilità e creatività, diede vita alla sua prima borsa in cuoio». Quella passione ora è in capo ad Andrea che si dice soddisfatto. Sollevando un unico problema: se lo Stato ci facesse lavorare tranquilli sarebbe tutta un’altra cosa.

Pensa all’imposizione fiscale e a tutti gli adempimenti burocratici.

Se lasciati in pace, gli artigiani farebbero ancora più grandi cose.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì, 6 giugno 2019

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