Minori… per modo di dire. Giuseppina Pasquali: dai coppi pitturati ai quadri di Marca.

Mi aveva colpito un suo quadro: un’Ultima cena. I volti dei commensali di Gesù erano particolari, quasi figure geometriche. Grandi le dimensioni. La firma: Giuseppina Pasquali. Il dipinto lo aveva scelto, ritenendolo adatto a quella sala, l’architetto Adriana Porras, professionista di gusto e giudizio artistico spiccato.

Raggiungo Pina nella sua casa di Piane di Montegiorgio: una casa bianca, interni candidi, ordinatissima. Sui muri, alcune sue creazioni. Con una predilezione per la campagna.

Ci sediamo a tavola. Faccio domande. Arrivano risposte.

Il disegno, la pittura, il ritratto. Da sempre. Già da bambina. Mi racconta gli antefatti. Sei anni, una famiglia grande, un’abitazione a Gabbiano di Montegiorgio, il verde intorno. Una capanna è appoggiata ad una delle pareti domestiche. Pina sale spesso su quel tetto improbabile. Porta con sé dei carboncini, carbone proprio. Non ci sono colori. Neppure fogli. Ci sono però i coppi piatti. Iniziano lì i disegni. Pina guarda l’orizzonte. Vede i paesi spuntare sui cucuzzoli: Loro Piceno, Massa Fermana, Mogliano. Vede le querce, che ancora sono tante. Vede qualche sentiero, e poi scorge il grano, gli alberi da frutta. Sta lì per ore, cogliendo il cambio cromatico delle stagioni. Le sue mani diventano nere, i coppi diventano oggetti d’arte. Alle scuole medie di Montegiorgio, una professoressa, terribile nella sua materia matematica quanto capace di scorgere il talento degli allievi, la spinge a cimentarsi in un concorso sul tema della Pace. La tredicenne accetta. Realizzerà un quadro a tempera. Due soldati: uno giapponese e uno statunitense sono a terra, il luogo è una sorta di baia, le loro mani si toccano come per un cercarsi amichevole dopo l’odio e prima della morte.

«Impossibile che l’abbia realizzato una studentessa!», conclude la severa commissione esaminatrice, «Non possiamo accettarlo!». Opera respinta! Pina è stata troppo brava. Vane le proteste della sua mentore. Poco male. Si va avanti. La passione non ne viene intaccata. Iniziano le mostre. Nel 2004 a Macerata partecipa a Pellegrini e non vagabondi. Nello stesso anno, la chiamano a Montelupone. Il titolo della mostra la trova in sintonia: Qualcosa con dentro qualcosa. La nostra pittrice propone Il Paesaggio della memoria, è una campagna marchigiana. Vince il secondo premio. Ha diritto ad una Personale che allestirà due anni dopo. È ancora natura, sono ancora alberi e sentieri, sono rotoballe e spighe di grano e lavanda. Vengono altre mostre e soddisfazioni.

Una frase nel dialogo: «Dipingo solo quello che mi emoziona e che vorrei emozionasse. Di fronte al reale, la prima cosa è lasciarsi colpire».

Sul tavolo intorno al quale parliamo scivolano foto delle sue opere. È anche ritrattista, che coglie un particolare e lo evidenzia al massimo. Come per quella signora di un paese vicino dagli occhi azzurrissimi.

Ci sono alcuni sassi appoggiati al mobile. Sono dipinti, lo ha fatto lei. In questo caso il soggetto è religioso. «Mi piace realizzare immagini sacre, mi sembra di stare in buona compagnia».

L’ultimo lavoro: quattro piccoli quadri che rappresentano le altrettante stagioni. Poco prima, scelta per una mostra a Montegiorgio con altri pittori di altri paesi, ha dipinto un panorama di San Nicolò visto dal Pincio con un tramonto sul San Vicino

Ultima scoperta: i suoiaffreschi per le camere dei bambini. Dal cellulare vedo gli animali e i personaggi, sembrano favole che cullino la mente, la predispongano al bello e al buono.

«Sulla bellezza dobbiamo scommettere. – mi dice accompagnandomi all’auto – La bellezza disseta le anime». Mi saluta e forse torna nella sua soffitta, nel suo angolo laboratorio che non è più la capanna da bambina.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 22 giugno 2019

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