Artigiani Veri. Bozzi: professione vasai. Da tre secoli

Quando arrivo, ha le mani in pasta. La destra è coperta da un’argilla liquida dal color crema. Sta lavorando al rivestimento di una ceramica. Saranno piatti, di forme diverse, «un servizio buono». Glielo hanno commissionato alcuni clienti inglesi e altoatesini.

Il luogo dove mi trovo è l’Antica Bottega dell’Arte a Montottone, nella parte più bassa del paese, al confine con la campagna. Lui è Emanuele Bozzi, 45 anni, perito in telecomunicazioni all’ITI di Fermo, faccia rotonda, occhiali dalla montatura nera, eloquio appassionato, andatura lenta e, soprattutto, figlio, nipote, pro-nipote di una schiatta di vasai. Vasaio e molto di più anch’egli. È tornato da Bolzano da pochissimo: lo hanno chiamato per una dimostrazione. S’è rimesso subito al tornio. Deve recuperare tempo.

Il locale è suggestivo: una serie di ambienti bassi, che entrano nella terra, e alle finestre – probabilmente le stesse dell’inizio attività – intrecci di ragnatele che rendono più antichi gli spazi. In ogni incavo, su tavole lunghe e armadi e credenze, si scorgono le opere della grande manualità di Emanuele: vasi, piatti, recipienti, alzate, brocche. Per ognuna c’è una spiegazione. Ma prima voglio accennare alla storia di questa progenie di artigiani. Risale al 1851 con l’antenato Pacifico, che viveva a Massignano. Un paese che, insieme a Ripatransone e Montottone, era il triangolo della terracotta, dove gli oggetti cambiavano così come cambiavano i colori. Si confrontavano vere e proprie scuole di pensiero e di azione. I Bozzi, giunti a Montottone, erano discepoli della Scuola di Ripatransone. Il piatto dove si raccoglieva il sangue del maiale era, ed è, lu piattu rusciu. Diversamente da altri luoghi dove lo si realizzava in bianco con macchie verdi.

Montottone è ancora chiamato lu paese de li coccià. Emanuele ha respirato da piccolo, giocando, il mestiere. Suo padre Mario è stato il suo maestro.

Mi aggiro attento a non urtare nulla. Tante le brocche di capienza diversa. La spiegazione. «Per Penna San Giovanni le si doveva realizzare da 25 litri perché le fontane erano lontane; nei paesi con fonti a portata di mano, erano molto più piccole». Arriviamo all’orcio, vaso di terracotta panciuto per ricoverare soprattutto olio. Lì accanto c’è la conca, ora la si usa come porta-ombrelli. A Cupra Marittima la chiamano tibbanella.

Che fa Emanuele? Realizza in terracotta e rimodella secondo le necessità contemporanee. Ma la trufa resta sempre la trufa: un contenitore di olio, vino oppure acqua che bisognava saper usare altrimenti il liquido non usciva e si restava… truffati. La si usava per dar da bere agli uomini in campagna. L’acqua restava fresca a lungo, altro che frigoriferi portatili!

Sul mezzanino Emanuele ha piazzato i diversi forni: quello a legna, «ma ci vuole troppo tempo», e quelli a gpl, «molto più rapidi».

Gli domando del modo di procedere. «Dalla lavorazione al tornio all’asciugatura, dalla cottura all’invetriatura». Materia prima: l’argilla. Un tempo esistevano cave locali. Ora Emanuele l’acquista in Toscana o in Umbria. I clienti? Un tempo Emanuele seguiva i mercatini. Ora non più. Le commissioni gli arrivano dai «forestieri» che hanno preso casa nelle Marche e dai clienti dei tempi del babbo Mario.

Ogni anno un gusto diverso. «Il 2019 è stato l’anno dei piatti». E torna a metter le mani nell’engobbio.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì, 11 luglio 2019

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