Cammino la Terra di Marca. Le patrie del Papa Tosto

I turisti a Fermo alzano gli occhi. In piazza del Popolo troneggia la statua di Sisto V. I francesi occupanti volevano farne palle da cannone. I fermani lo spacciarono per San Savino, loro patrono. Il bronzo si salvò. Felice Peretti fece tanto per la città di Fermo. La promosse arcivescovado e stanziò un bel gruzzolo per il ripristino del navale antico. La prima andò in porto, il secondo… s’incagliò. Non fummo mai vera città marinara proprio per i fondali bassi…

Faccio i conti con tali storie visitando la patria del Papa tosto: Montalto Marche che alle truppe di Napoleone si ribellò. Questione d’Insorgenti. Quasi contrappasso.

Il paese è piccolo gioiello. Viuzze strette, pulite, in ordine, è zeppe d’allegri fiori, tavoli rimediati, disappaiate sedie e utili barbecue. Segno d’intensa attività all’aperto, specie serale, quando il sole s’è accucciato dietro al San Vicino. Originali i nomi. Uno valga su tutti: vicolo del Gufo. M’imbatto poi negli slarghi, in domestici orti e giovani donne per la loro cura. E piazze su piazze, una sull’altra, mentre si sale a cerchio fin sul cassero.

Interno delle Carceri

Una buona vita, da queste parti! Lo hanno capito gli stranieri. In cima alla rocca imponente, là dove probabilmente si svolgono spettacoli, c’è, di fronte a un’improbabile pedana che sporge sul pianoro, un divano bianco, solitario e a disposizione dei passanti, immagino. Il belvedere è intitolato a Renato Cacciamani, insegnante, scrittore, amante di dialetto e passate vicende messe poi in bocca a personaggi strampalati: Lavi’ e Taccunè. La chiesa di San Pietro appare mesta, diversa dalla grande, eppure buia, parrocchiale in basso.

Chiedo informazioni, mi rispondono in inglese. Tiro dritto e torno daccapo, ai piedi della fortificazione che gira una parte del paese. Sisto V, ancora lui, volle Montalto capitale del Presidiato omonimo: uno stato con 13 comuni. Era il 1586.

C’è un fascino aristocratico ancora forte che si spande soprattutto dai palazzi storici: Paradisi, Pasqualini, Sacconi (quel tal Giuseppe, politico e architetto, progettista del Vittoriano a Roma). Suggestivo l’ex Palazzo del Governatore, oggi municipio chiuso per ristrutturazioni da terremoto.

Mi fermo dinanzi ad una piccola abitazione in restauro. Sbircio l’interno. Il muratore vede e m’invita a scendere in una sorta di tunnel arcato che ribattezzo «della bellezza». Porta dritto in campagna, tra il verde delle frasche e un sentiero poco o nulla calpestato.

Le antiche carceri, su un lato del paese, hanno il cortile dell’aria irto di cespugli selvaggi. La garritta è ancora lì. Sembra di scorgere un’impettita guardia scrutare la strada impedendo accessi e soprattutto fughe.

Lo chiamano il «Convento di san Francesco delle fratte», è in periferia, contrada Cese, sulla strada per Montedinove. Dicono che fu proprio il santo d’Assisi a fondarlo. È l’oralità del popolo a raccontarlo sempre. La casa dei frati è diroccata, poco meglio resiste la chiesa. Due soppressioni hanno affossato la presenza francescana: quella del generale corso-francese e quella dei conquistatori savoiardi.

Ma nella selva, ad ascoltare bene, ancora echeggia il duecentesco Cantico delle Creature. Alla fine comunque vincitore.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 21 luglio 2019

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