Gente di Campo. L’uomo dei falchi

Sei ettari e mezzo: un capanno, un bosco, un percorso tra la campagna di Capodarco che guarda l’Adriatico. Luogo migliore non esiste per accogliere animali e farli conoscere a bambini e adulti. È questo il regno di Nazzareno Polini, 43 anni, figlio della Comunità di Capodarco (è nato lì, sua madre ne è stata un’ospite) laureato in Scienze naturali, guida ambientale ed escursionistica. Una grande passione sin da piccolo. Gli studi compiuti a Camerino ne sono stati l’effettiva conseguenza. Da venti anni mostra e racconta gli animali alle scolaresche. Da quest’anno, la sua associazione Smilax Nova onlus è divenuta Centro recupero animali selvatici. Glieli portano incapaci di muoversi. Quando vengono restituiti hanno riacquistato il pieno delle forze. La Smilax Nova ha rilasciato recentemente sparvieri arrivati malconci dall’Abbadia di Fiastra, diversi passerotti e alcuni ricci. «Il nostro compito – spiega – è quello di riabilitarli e rimetterli nella natura».

Il naturalista Nazzareno Polini

Da dieci anni, il suo campo d’azione si è esteso ai rapaci. Nel piccolo mondo campagnolo, di proprietà della Comunità capodarchese, Nazzareno ha preso ad allevare falchi lanai, ibridi pellegrini, gufi reali, barbagianni e poiane Harris.

Guai a parlargli di ammaestramento. «Non è un ammaestramento: è un lavoro costante per creare un rapporto di fiducia tra uomo e animale».

I suoi rapaci sono tutti registrati alla CITES che è «la Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione». La CITES è nata proprio «dall’esigenza di controllare il commercio degli animali e delle piante (vivi, morti o parti e prodotti derivati), in quanto lo sfruttamento commerciale è, assieme alla distruzione degli ambienti naturali nei quali vivono, una delle principali cause dell’estinzione e rarefazione in natura di numerose specie». I carabinieri-forestali rilasciano una sorta di carta d’identità dell’animale.

E qui entriamo ora nel campo della falconeria. Nazzareno ha portato più volte i suoi rapaci nelle piazze. Il volo dei falchi, ma lo stesso aristocratico starsene impettiti sui blocchi di legno, richiama pubblico specie di minori.

La falconeria è un’arte antichissima, risale addirittura alla civiltà Sumera, all’epopea di Gilgamesh. Nel VII secolo avanti Cristo è già diffusa nell’Estremo Oriente. È «pratica consueta tra le popolazioni nomadi dell’etnia mongolica presso le quali il falco e l’aquila avevano un fortissimo significato simbolico». Nazzareno ne sa tante di queste storie. Racconta che il cappuccio ai falchi serve per non impaurirli a contatto con persone e ambienti nuovi. Prima del cappuccio, al falco si praticava la cucitura delle palpebre. La trovata del cappuccio arrivò in Italia attraverso Federico II che ne ebbe contaminazione dal Medio Oriente.

Polini non lo usa. I suoi falchi sono stati abituati ad avere gente attorno. «E poi – spiega – hanno fiducia nel loro falconiere».

Una parte del suo lavoro è anche quella di usare falchi per intimorire e far scappare i piccioni, la grande infestazione dei nostri centri.

di Adolfo Leoni, Il Resti del Carlino, Venerdì, 26 luglio 2019

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