Cammino la Terra di Marca. La luna d’oro di Torre di Palme

La luna di qualche giorno fa! Nuova, grande, splendente. È notte. Sono a Torre di Palme. Amici lombardi con me. Le chiamo incursioni pirata. Improvvise. Su terra, però. Quelle vere arrivavano dal mare. Anch’esse improvvise. Ma devastanti.

A Est, l’astro ha il colore dell’oro in fusione. Una striscia di luce fa corridoio perfetto su acque divenute d’argento. Mare, Golfo, Pianura liquida. Buio oltre la luna. Mare terra cielo: un tutt’uno, indissociabile a quest’ora. Impasto silenzioso.

Guardiamo fermi, a due passi dalla torre merlata a coda di rondine. I ghibellini amarono Torre di Palme. Federico II la protesse e ne incrementò la popolazione. Le sue mura furono rinforzate. Domani rulleranno i tamburi della Cavalcata dell’Assunta e si alzeranno le bandiere, linguaggio antico, annuncio di festa o pericolo. Sarà annunciata la prima: la festa, e il Palio conseguente. Storia che entra nelle pieghe della cronaca. Non muffa per passatisti.

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Ore 5,30. Nessuno in giro. Solo noi. Il sole si leva dove la luna s’era già levata. Palla di fuoco che sorge lenta dopo aver salutato l’altra parte del mondo. Ora tutto si fa chiaro. Acqua terra cielo. Ogni cosa creata al suo posto. Ognuno nel suo ordine. Un mito africano descrive i distacchi. All’inizio dei tempi il cielo incombeva sulla terra, quasi a soffocarla. Ma non era cielo e non era terra. «Quando in alto il cielo non era stato ancora nominato – si legge nell’Enuma Elish, Poema d’Antrasis – e in basso la terra non aveva ancora un nome…». Un insieme. Unico. Poi vennero le donne. Donne che pestavano i semi. Unica arma il mortaio. Le braccia s’alzavano un poco, quello spazio giusto per ridurre il seme a polvere. Ma, nell’atto primo, prima di colpire in basso, le donne colpivano in alto e ferivano il cielo. Lo facevano sanguinare. Fu così che il cielo si ritirò. Si fece alto. Ebbe nome.

Sono le sei. Qualcosa si muove. Barche ondeggiano dinanzi a noi. Il verde della macchia mediterranea ci conquista. I colori sono distinti, precisi. Il pastello del Signore è il migliore.

Prima che fossero sterminati dalle Giacche blu i pellerossa Navajo celebravano quelli che furono chiamati in Occidente i miti di emersione.

La Terra-Madre con i suoi tanti uteri generò i «primi rappresentanti dell’umanità», che piano piano si liberarono del basso per cercare l’alto.

Un’amica al seguito delle incursioni pirata mi dice che ormai il mondo è «appiattito». Lei è una psicoterapeuta vicina alle posizioni di Claudio Risé, di cui mi riporta una frase: «Il disincanto proclamato dalla società industriale un secolo fa ha cancellato il cielo, dimensione eterna e indispensabile dell’esperienza umana…».

Piena di alberi è la collina alla nostra destra. Ci andiamo. Ci inoltriamo nel viottolo che porta alla Grotta degli amanti. Uno scoiattolo ci taglia la strada e fugge via. Racconto ai miei amici dello scoiattolo Ratatosk. Dente che perfora è il nome dell’animale che, secondo la tradizione norrena, correva lungo il fusto dell’albero della vita: Yggdrasill, per tranquillizzare il serpente che stava tra le radici e l’aquila appollaiata sulla chioma. È un simbolo di come alto e basso si debbano abbracciare. Né spiritualismo né materialismo. Integralità.

di Adolfo Leoni, Domenica, 28 luglio 2019

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