Cammino la Terra di Marca. Il notaio, il pecoraro e le querce di san Giacomo

Un cammino! Religioso e turistico. Sulle tracce di un Santo. E di un notaio, diplomatico e giurista. Ma anche porcaro e pecoraro. Perché tale si definiva nelle sue omelie. È probabile che i due ultimi sostantivi-aggettivi li abbia usati anche a Fermo, parlando nella piazza o in Duomo per i quaresimali. Domenico Del Rosso, meglio conosciuto come Giacomo, poi san Giacomo, sei volte raggiunse la città: nel 1442, 1446, 1451, 1463, 1470, 1473. Ogni volta, 4-5 mila persone ad ascoltarlo, a bocca aperta. Un gran popolo. Faceva miracoli, si disse. Qualcosa di particolare era già accaduto nel grembo di sua madre Antonia. Lei, impaurita per alcuni efferati ladri che s’aggiravano per Monteprandone (paese natio del santo), fu tranquillizzata da suo figlio ancora nella pancia. Le narrazioni raccontano inoltre che, al momento del parto: 1 settembre 1393, la casa di famiglia risplendesse per la luce irrorata da una stella posatasi sulla povera abitazione.

Ho compiuto un itinerario sulle tracce di san Giacomo. Partendo dalla Cattedrale di Fermo, esattamente dalla cappella laterale dove è conservata la sacra icona attribuita a san Luca. Il santo francescano osservante la donò ai fermani nel 1473 per dissuaderli da un mago imbroglione venuto dall’Albania, altri scrivono per suggellare, qualche tempo prima, un atto di (timida) pace tra Fermo e Ascoli Piceno.

Nel 1454 venne chiamato a Sant’Elpidio per dirimere una controversia con Fermo «e secondo la tradizione gli abitanti di Sant’Elpidio gli concessero un convento per abitare lui e i suoi frati».

A Montemonaco predicò nel 1425 per fronteggiare «certi stregoni che si facevano retribuire largamente le loro prestazioni».

A Carassai, sostò due volte per conciliarlo con Petritoli, e per altre opere sempre di pacificazione.

Ma a Monteprandone – ultima mia tappa – c’è forse la storia più bella che entra nella cronaca.

Ho colto uno spunto da uno scritto di Americo Marconi. Racconta di alcune querce. Lontanissime eredi di un intero bosco dove il piccolo Giacomo pascolava le greggi. Una di queste fu chiamata proprio la quercia di san Giacomo. Quattro secoli dopo, arrivarono i Piemontesi. Correva l’anno 1861. Perentorio fu l’ordine di tagliare il bosco. Una sola quercia si salvò dalle accette: quella del Santo. Si tramanda di accadimenti particolari: di accette che non arrivavano al tronco, di incidenti prima del taglio…

Quello che non poté l’uomo, lo poté però il ciclo della vita. È il 1973, «il tronco si spezza – scrive Marconi – e crolla a terra lasciando un moncone alto sui tre metri». Ma non è la fine. «Nel 1980 spuntano dalla radice, che si riteneva secca, due germogli» oggi diventati querce frondose. Per trovarle, ho seguito le indicazioni: arrivati al santuario di Monteprandone, «scendere al parcheggio in terra battuta, verso ovest». Le querce giovani sono lì, «a un paio di metri dal vecchio tronco». Ma c’è altro: «… la più grande ha allungato un ramo con cui contorna, a mo’ di sostegno, il tronco della vecchia madre». Mi viene in mente un passo del Vangelo: «Quando sarai vecchio stenderai le mani e un altro ti cingerà». Il più giovane ti proteggerà. In natura capita. In natura…

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 10 settembre 2019

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