Minori… per modo di dire. Latino, musica e arte. Gli amori di mons. Liberati

Sabato 7 settembre, Montegiorgio, cine-teatro Manzoni. Un gruppo di amici ha voluto ricordare mons. Germano Liberati. Il sacerdote, morto l’otto febbraio del 2010, avrebbe compiuto 80 anni l’undici di questo mese.

C’erano in platea, oltre ai famigliari, alcuni scouts, i vecchi componenti la Comunità giovanile anni Settanta, e i rappresentanti delle Confraternite. Sul palco sono saliti Mario Liberati, Carlo Tomassini, Alma Monelli, Vincenzo Trobbiani, Lino Liberati, Fabrizio Marcantoni.

Ognuno, a seconda del suo rapporto con il sacerdote (il cugino Mario, lo storico Carlo, la collaboratrice Alma, il discepolo Vincenzo, lo scout Lino, il confratello Fabrizio), lo ha raccontato per l’esperienza con lui vissuta.

Nato a Montegiorgio nel 1939, ordinato sacerdote il 19 marzo del 1963 dall’arcivescovo Norberto Perini, don Germano è stato un personaggio poliedrico: insegnante alla Media Da Vinci e al liceo classico Paolo VI di Fermo, rettore del Collegio Fontevecchia, parroco di Montegiorgio, direttore dell’Ufficio Beni Culturali ed Ecclesiastici, membro della Commissione Liturgica diocesana. Fin qui la cronaca e le note biografiche.

Ma don Germano è stato molto di più. La timida insegna che gli dedica la biblioteca comunale montegiorgese accenna alla grande cultura umanistica del sacerdote. Gli studenti del Paolo VI sono ancora attratti dalle spiegazioni che lui dava dei Promessi Sposi, della Divina Commedia, delle opere di Leopardi. In alcuni casi non si sottraeva dal ritrovarsi in case private, a sera, davanti ad un allegro fuoco, a leggere e commentare con gli adulti gli scritti del Manzoni e dell’Alighieri. Il latino era il suo forte. Dagli scrittori di quei secoli traeva la domanda, identica ad ogni latitudine, di infinito e di bellezza. La stessa bellezza che sapeva cogliere nella musica: suonava l’organo, dirigeva il coro, e per un certo tempo anche la banda cittadina.

Mons. Germano Liberati

Don Germano era anche un grande critico e storico dell’arte. Aveva collaborato con l’Università di Urbino, al suo attivo numerosi saggi proprio sull’arte, sui santuari e sul cristianesimo nelle Marche.

Fu tra i primi, tra le diocesi italiane, a volere e costituire l’Ufficio Beni Culturali ed Ecclesiastici trovando una sponda nell’arcivescovo Cleto Bellucci, innamorato anch’egli dell’arte. Compì il primo censimento delle opere artistiche dell’arcidiocesi fermana. Redasse centinaia di schede.

Ricordo la sua lezione dinanzi alla cattedrale di Chartres, in un viaggio in camper per l’intera Francia. Indicava le sculture, gli affreschi, i dipinti, l’originale pavimento. Era la Biblia Pauperum, la bibbia dei Poveri, per chi non sapeva leggere ma capiva con il cuore e con gli occhi.

Chiuso nella torre d’avorio della sua cultura? Macché! Liberati lavorava nei tempi, era presenza certa nell’attualità. Le sue passioni, illuminate da fede e ragione, le trasmetteva ai giovani della Comunità, agli studenti, ai parrocchiani, agli scouts di cui fu assistente e che non fece sballare ideologicamente negli anni caldi della Contestazione. Saldo nell’ortodossia, si poteva permettere di confrontarsi con la modernità secolarizzata e in via di scristianizzazione. Attraversava la contemporaneità con le categorie della tradizione, avrebbe commentato Augusto Del Noce.

Amante della buona tavola, non disdegnava i vini migliori. Rappresentavano il lavoro dell’uomo e il frutto della terra creata.

Non basta allora un ricordo. Se amici, parrocchia e amministrazione comunale montegiorgese cogliessero al volo l’occasione, potrebbero declinare annualmente le passioni di Liberati con seminari sulla letteratura, arte, storia, musica e… gastronomia.

Il sasso è lanciato.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 14 settembre 2019

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