Cammino la Terra di Marca. Si difende ciò che si ama. Iniziamo dal vicino

Risalgo il fiume Tenna. Un’ascesa: dalla foce alla sorgente. Un viaggio a ritroso. Un tornar giovani o, forse, solo un illusorio augurarselo. Lo sporco non manca. Ai bordi la plastica s’ammonticchia tra il fogliame. Sugli argini delle strade hanno tagliato le erbe, abbandonando intatta, e aumentata, l’immondizia di anni. Era meglio lasciar crescere la vegetazione già alta, così da coprire. François Mauriac scriveva: «Il futuro è molto, molto oscuro, perché questi nostri tempi peccano contro natura…». E contro il buon senso.

Ora tutti puliscono il mondo. O dicono di farlo. Squilli di trombe e magliette sponsorizzate. Ma, alla fine, è meglio uno sciopero e un gelato che i guanti di lattice e il sacco nero.

La pulizia del piazzale davanti a San Leonardo di Montefortino

Cinque anni fa salimmo – io e una compagnia di amici – sulla costa del Monte Priora per aiutare un vecchio sacerdote dalla barba bianca e dalle dita artritiche. In migliaia andavano a trovare padre Pietro. Pochi che trascinassero via lo sporco dell’incivile nostra società. Tirammo giù dal romitorio di San Leonardo undici sacchi: da bottiglie abbandonate di elisir di lunga vita, odierni integratori, a qualche arrugginito attrezzo in ferro, incomprensibilmente piovuto sulla piana. Undici sacchi per undici persone. Peso notevole lungo la discesa. Maggior difficoltà lungo la passerella di cemento che costeggia il fiume. Zig zag tra comitive giunte a frotte, con scarpe basse e cani in vece di bambini. Più crocchette meno pannolini, e il gioco è fatto… la demografia precipita ma la responsabilità diminuisce.

La piccola svedese Greta, quasi cucú caricato a molla, lancia il suo vangelo verde. Quasi una Jeanne d’Arc che sente le voci… delle multinazionali svoltate al green. E il pensiero unico si fa eco, onda che attraversa i media e campeggia su occhielli e titoli di riviste e quotidiani. Piangono i grandi del mondo, commossi nel sapere che la terra morirà… per colpa loro. E il ghiacciaio del Monte Bianco si stacca dai luoghi secolari e scivola veloce verso basso.

Il mio fiume non c’è più. Una rigagnolo scorre ignaro di storie e di leggende. Andremo a pulirlo, il Tenna, ma non il mondo. Ognuno faccia la sua parte. L’universale alla fine diventa astratto. Quel che ci tocca da vicino è il nostro campo.

Belmonte è appollaiato sul cucuzzolo, anche Monte San Martino e Smerillo e Amandola e Montefortino. Continuo la risalita, non sempre facile. Seduto su un sasso rileggo un passo del Cantico delle Creature: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta e governa, e produce diversi frutti con coloriti fiori et herba». Incredibile Francesco Uno, che tutto provò in gioventù: amori, soldi, guerre. E che, alla fine, altro volle per sè: un senso, un significato per la vita.

Sì, ci mobilitiamo anche noi per pulire, preservare la natura. Ma se non cogliessimo qualcosa di più profondo che ad essa ci lega, di cui essa è continuazione, sarebbe solo un gesto – pur comprensibile e giusto – di autopreservazione della specie. Come gli animali. Il timore mobilita sino a un certo punto. Solo ciò che si ama si può difendere sul serio. Amare dunque. Perché Nullum est sine nomine saxo, non v’è zolla che non abbia nome. Il nostro.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 29 settembre 2019

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