Cammino la Terra di Marca. Il racconto dei Crivelli. Una comitiva di fronte al Polittico

Cucuzzoli. E poi valli. Arroccamenti. E poi torrenti. Alte colline. E poi canaloni. Come se una mano divina avesse toccato, con la grazia di un direttore d’orchestra che dirige un delicato quattro quarti in battere e levare, questa nostra Terra di Marca. Creando il basso e l’alto. Salgo a Monte San Martino. Anzi, saliamo: io e 70 amici. Il monastero di Santa Caterina del X secolo, delle monache Benedettine, è ancora impraticabile a metà. E pure, dietro a quelle mura possenti, oggi rifugiate nella foresteria, sette volte al giorno, da undici secoli, alzano, nella pace dei cuori e delle menti, le preghiere più antiche. Meta di noi è la chiesa di San Martino vescovo. San Martino: il santo già caro ai Merovingi. È lì che spiccano alcune delle opere maggiori di Carlo e Vittore Crivelli, il Polittico soprattutto. Arrivati in cima, dopo aver vinto una severa salita tra nobili palazzi (ma che sarà d’inverno?), guardando i Sibillini e l’Adriatico, faccio i conti dei presenti: bimbi compresi, superiamo gli ottanta. Tutti in chiesa ad ascoltare Paola Puggioni, docente e storica dell’arte. Lei mi piace perché osa. Non si ferma alle tecniche. Ha una ipotesi di lavoro che paragona. Interpreta, contestualizza, entra nello spirito del tempo e degli artisti.

Ora sta leggendo le figure: San Giovanni, il primo da sinistra, e accanto San Martino: figlio di un soldato romano, nato in Pannonia, di stanza a Parigi, colui che divise il mantello col povero, e che lo riebbe integro il giorno successivo. Come dire: la carità conviene a te che la fai. Perché qualcosa o qualcuno te ne rende merito e centuplo. Lo sguardo vira verso destra: san Giacomo maggiore, santa Caterina d’Alessandria e le perle simbolo di purezza. «Guardate i colori» dice Paola. Li guardiamo: bianco, rosso, verde, e quindi blu. I primi tre: le virtù teologali: fede, speranza e carità. Come Dante insegnava nella sua Commedia. La forma del Polittico ripropone la chiesa gotica: navata centrale e navate laterali che si slanciano per l’infinito. Mentre la professoressa parla, mi torna un passo di Goethe: «L’anima dell’uomo è simile all’acqua: viene dal cielo, risale al cielo, a terra di nuovo ridiscende, in eterna vicenda». Alto e basso, grande e piccolo. Come quel Bambino disteso sul grembo di sua madre. È vivo, e pure su di lui c’è l’immagine di lui più adulta e terrea, che con mezzo busto si erge dal sepolcro. Il colore del viso è della morte. È la sconfitta a prevalere? Sembrerebbe. Se non fosse per quel cherubino di destra che poggia il piede delicato sul bordo della tomba e spinge in alto. Verso il cielo. Ma non basta. Detta così sarebbe riduttivo e un po’ fantastico. Occorre guardar le mani: la destra del Cristo più in alto, la sinistra del Bimbo più sotto. Entrambe indicano la figura bassa, centrale nelle formelle-piedistallo che poggiavano un tempo sull’altare principale. E la figura è quella di Cristo vivo, e della sua chiesa presente ieri come ora. La spiegazione termina. L’applauso sgorga vivace. Non sapevamo. Il 90 per cento degli adulti presenti è laureato. Nell’antichità quei dipinti parlavano al popolo analfabeta. E il popolo analfabeta li sapeva leggere.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 6 Ottobre 2019

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