Gente di Campo. I frutti di San Michele

Scendendo da Corridonia per Monte San Giusto, una vecchia scuola di campagna si erge su un bivio, solitaria. Presa la strada di sinistra, si arriva in contrada Cigliano. Una collina dolce e assolata. Bella, come gli uomini riescono a fare quando vogliono.

Distesi, intorno ad un cucuzzolo allungato, 50 ettari sono lavorati con passione e competenza. È qui che opera dal 2007 la Cooperativa San Michele Arcangelo (presidente Marco Villani) «dedita alla cura dei frutti della terra, con la passione per il buono». L’opera della San Michele Arcangelo ha radici che affondano nel sociale, un’azione di recupero che «nasce offrendo occasioni di reinserimento a persone svantaggiate, provenienti da percorsi educativi e terapeutici».

Quando incontro il responsabile della produzione, Giovanni Carlot è reduce da un evento all’Università di Macerata nel solco del progetto Food-Biz: agricoltura, gastronomia, turismo, difesa della terra, promozione.

Il Villaggio San Michele

Nel 2006, le famiglie che da due anni abitavano il villaggio, desiderose di renderlo accogliente e piacevole, piantumarono i primi frutteti. Si stipulò una convenzione con la facoltà di Agraria della Politecnica delle Marche, e due docenti: i proff. Murri e Neri, insegnarono il mestiere ai futuri contadini-agricoltori. Oggi di piante ce ne sono 2.400: albicocche, ciliegie,visciole, pesche, prugne, mele cotogne, more di gelso, giuggiole e altri «frutti dimenticati». Accanto ai frutteti, un ampio appezzamento è stato ribattezzato «il posto delle fragole». 7.500 le piante. Nei pressi, anche una carciofaia i cui prodotti vanno sottolio, e un vasto orto con melanzane, zucchine, pomodori, e altro ancora che finiscono anch’essi sottolio secondo riservatissime ricette.

Nel 2012 arriva la certificazione biologica. Quando ci si impegna le prospettive pian piano si dipanano da sole. Se la frutta avanza, che fare? Massì: le marmellate. Così i collaboratori della San Michele iniziano un nuovo impegno nel laboratorio artigianale. La svolta arriva con l’acquisto di un macchinario sofisticato che si caratterizza «per lavorazioni a basse temperature in sottovuoto, capaci di preservare intatti tutti i principi nutritivi e salutari dei singoli prodotti. La temperatura di cottura non supera mai gli 85°C, permettendo di salvaguardare aromi, colori e consistenze». Il Taste di Firenze riconosce l’alta qualità dei prodotti della Cooperativa che per tre anni viene invitata all’evento dove sono presenti solo le 350 eccellenze italiane.

Anche il vino ha la sua storia. Le vigne – 11 ettari – piantumate nel 2012, iniziano a dare frutti nel 2016. Le etichette sono quelle del Ribona, Giallo 88 (Pecorino), Rosso 23 (Sangiovese), Nero 453 (Montepulciano con affinamento in botte). 22.500 le bottiglie prodotte, con capacità sino a 80 mila. Arrivano i riconoscimenti: il Ribona ottiene il primo premio al Merano Wine Festival. Premiati anche i carciofini, la composta di albicocche solo zuccheri della frutta, la passata di pomodoro, la pesca sciroppata e il succo e polpa di albicocca. Oltre a frutta e vino c’è anche un piccolo allevamento di suini allo stato semi-brado.

Otto le persone al lavoro, più gli ospiti, che vogliano, delle due comunità di recupero. Un progetto che prevede un nuovo laboratorio, sala ricettiva, cantina.

Dove trovare le bontà di San Michele? Nei migliori negozi italiani.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Venerdì, 4 ottobre 2019

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