Minori… per modo di dire. A Casa di Milù.

Siete mai andati “A Casa di Milù”? È il caso di farlo. Sarete soddisfatti. Perché Milù è Milena Andrenacci, la chiamavano così alla scuola e al lavoro: lei è minuta. E perché Milena s’è inventata un mestiere in proprio per battere la precarietà. Ed è un esempio, specie per i giovani. Come dire: la parola d’ordine è intraprendere! Milù l’ha presa sul serio. Da aprile scorso, a Porto San Giorgio, ha aperto il suo home restaurant. La prima cosa che scalda il cuore, entrandovi, è il sorriso. Il suo. E l’accoglienza non affettata, non prestampata, non tecnica. Vera! Chi ha visto il film “Il pranzo di Babette” troverà caratteri comuni. Stessa filosofia: un cibo è buono quando è realizzato con amore, con attenzione per l’altro, che non è cliente, ma amico.

Milena Andrenacci

Dunque, Milena. È sangiorgese doc, ha 40 anni, è sposata con Andrea Paci, e, dopo il diploma da ragioniera preso a Fermo, ha iniziato a lavorare in bar, gelaterie e pasticcerie. Per dirla tutta, lo faceva già nei mesi estivi, da studentessa. Un’attività portata avanti per un buon quindicennio, con una parentesi in un negozio di accessori fatti a mano. Poi, i troppi “no” ricevuti, i troppi contratti a tempo determinato mai tramutatisi in stabilità, la precarietà che morde l’esistenza, l’hanno spinta a interrogarsi: perché dare il mio tempo così? perché non pensare a qualcosa di mio? Già, perché? Ed è iniziata la ricerca.

Fino al giorno in cui Milena s’imbatte in un articolo. Legge di come all’estero stiano andando bene i cosiddetti home restaurant. Milù acquista manuali, e, addirittura, si mette in contatto con i loro autori. L’home si può fare. Anche in Italia. D’altronde lei la passione per la cucina ce l’ha nel sangue. Da piccola stava attaccata alle gonne di nonna Enrica. Quando stendeva la sfoglia a mano e preparava le tagliatelle sembrava un incantesimo. Senza dire poi dei sughi che gorgogliavano nel pentolone, la domenica. Poi, anche mamma Isabella se la cava. Così, a fine aprile di quest’anno, Milena apre il suo home restaurant. Lo spazio c’è. Lo ricava al piano terra di una casa acquistata dalla sua famiglia d’origine. Una sala grande con 24 posti, una cucina, un salottino e servizi. Ottimo! Ma ancora di più il grande giardino verandato che offre la possibilità di mangiare all’aperto. E, ancora di più ancora, l’orto dove coltiva i suoi prodotti, quelli che usa e definisce a «metri zero».

Perché dovrei venire a mangiar da te, le chiedo? Sorride, si schernisce e risponde: «Ma, sai, io punto tutto sull’accoglienza personalizzata e sulla tranquillità del luogo. In fondo non sono cuoca stellata». Non lo è ma i suoi piatti funzionano, anche perché i cibi vengono personalizzati. Sembra incredibile ma quando arrivano le prenotazioni telefoniche o via fb, lei chiede subito i gusti e le preferenze. Intorno a quelle si cimenta, per dare gioia al palato e alla mente di ognuno. Il massimo lo dà negli antipasti. Li chiama “creativi”. Quando la contatto sta preparando una panna cotta salata alla zucca, con rucola e basilico, e una crema di porro e zenzero con cubetti di carne affumicata. I primi sono tutti fatti a mano: strozzapreti e gnocchi, in specie. Poi c’è la carne e c’è il dolce alla frutta.

Non indossa il cappello da chef ma il grembiule delle vergare sì. Il suo home restaurant ospita esposizioni di artisti. In questi giorni tocca al pittore Andrea Bufalini. Come apparecchia? Con i teli bianchi della nonna, con i sottopiatti in pelle realizzati da lei e con la decorazione delle bottiglie.

Nei lunedì di chiusura cammina al mare o in montagna, legge autori giapponesi. E canta e recita con i Musical Evolution.

Milù la piccola. Milena la grande.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 19 ottobre 2019

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